Industrie culturali in crisi: quali soluzioni?

di - 20 Aprile 2017
Piuttosto interessante è stata, in questi giorni di festa, l’attenzione particolarmente alta che riviste e trasmissioni televisive hanno dedicato ai temi della cultura e delle industrie culturali, individuando tare e problematiche rilevanti per questo comparto produttivo.
La situazione dei Beni culturali e delle ICC (industrie culturali e creative) in Italia è indubbiamente lacunosa: non abbiamo una politica fiscale omogenea, la maggior parte del patrimonio culturale è gestito senza specifici criteri di management e sicuramente la quasi totalità delle esperienze in questo settore (siano esse pubbliche o private) non prevedono delle procedure di “valutazione delle performance”, questione che farebbe rabbrividire anche il più piccolo dei bottegai.
È dunque un fattore estremamente positivo che queste tematiche vengano evidenziate e portate all’interesse dell’opinione pubblica più generale e che fuoriescano, dunque, dall’alveo dei cosiddetti “addetti ai lavori” che finiscono sempre con il raccontarsi le stesse cose.
Molti degli aspetti che sono stati citati (mi riferisco, in particolare, alla puntata di Report e al servizio sul Cinema) sono tutt’altro che nuovi, e sono stati analizzati in tanti modi differenti. Come mai dunque non si giunge ad una soluzione?
Il buon senso suggerirebbe che ci sono tre risposte possibili, e nessuna di esse è molto rincuorante:
– Non c’è soluzione;
– Le soluzioni proposte non sono valide per i casi specifici;
– Le soluzioni sono valide ma non c’è la volontà di attuarle.
Diventa allora estremamente importante capire in quale di queste tre dimensioni ci stiamo muovendo, non solo come “operatori di cultura” ma anche come cittadini.
Se non c’è soluzione ai problemi economico-culturali del nostro Paese, allora bisogna necessariamente riuscire ad accettare tale evidenza: chiudere i musei in perdita, finanziare solo quelli che funzionano o che potenzialmente possono funzionare (sulla base dei criteri di gestione, della posizione, dei piani di sviluppo, etc.), disincentivare la produzione culturale (cinematografica, musicale, teatrale) e cercare di trovare un futuro in altri settori dell’economia. Dato che questa strada non solo non è esatta (le soluzioni, spesso, ci sono), ma non è nemmeno percorribile (sono pochi i settori in cui il nostro Paese vanta un asset così forte), è necessario prendere in considerazione le altre risposte che il buon senso ci suggerisce.
La seconda in particolare è estremamente interessante, soprattutto per il nostro contesto, e si ricollega molto anche al ruolo che l’accademia svolge negli altri settori e che invece non svolge quando trattasi di cultura. In altri termini, in medicina, in psicologia, in ingegneria e in mille altre discipline, il ruolo della ricerca è quello di presentare delle soluzioni innovative a problematiche vecchie e nuove. Ci sono varie modalità per arrivare a questo tipo di suggestione: la literature review, lo studio sperimentale etc.
La ricerca accademica nel campo culturale è invece molto meno impattante su questo versante, e questa è una delle dimensioni del problema. L’altra dimensione, altrettanto rilevante, ha invece a che fare con la vaghezza delle proposte. Dire che il problema di Cinecittà può essere risolto attraverso la creazione di un team di manager esperti equivale a sostenere che il problema della fame del mondo può essere risolto creando dei percorsi di formazione per riuscire a massimizzare i risultati della coltivazione e di un osservatorio internazionale che monitori le iniquità e abbia mandato di azione per quelle zone particolarmente critiche.  Né l’una né l’altra sono soluzioni, ma solo immaginifiche dichiarazioni.
E questo ci porta all’ultimo baluardo di buon senso dell’articolo: le soluzioni ci sono ma non si ha la voglia (probabilmente politica) di prenderle. Anche questo non è del tutto vero, ma sicuramente ci sono degli interessi, da un lato naturali dall’altro un po’ meno, che spingono perché lo stato delle cose rimanga invariato: ci sono tantissime modifiche “minime” che potrebbero apportare dei benefici enormi allo stato della produzione culturale del nostro Paese e che ma non vengono apportate un po’ per inerzia e (probabilmente) anche un po’ per malafede, a fronte delle quali ci sono poi riforme gigantesche sulla carta e inutili nella concretezza che entrano all’interno di decreti legge.
In questo momento, ad esempio, ci sono delle contraddizioni enormi nella gestione della cultura e della produzione culturale italiana: una di queste riguarda proprio il Tax Credit. Per quanto gli argomenti portati dalla redazione di Report sono scrupolosi, attenti, sono anche un po’ miopi. Il Tax Credit, che viene illustrato come un meccanismo attraverso il quale i cosiddetti “poteri forti” riescono ad acquisire benefici, in realtà è uno strumento che permette anche a chi non è “in grado” di fare cinema di partecipare ad una produzione.
Certo, non mancano le distorsioni, ma al netto di esse (e di un controllo che potrebbe migliorare l’efficienza generale del sistema) la più grande contraddizione è nel fatto che il Tax Credit venga riconosciuto solo alle produzioni audiovisive, eliminando da questo tipo di finanziamento indiretto settori come Teatro, Teatro Musicale, e arte.
La conclusione è unica: abbiamo più soluzioni che problemi, ma nessuno che voglia o che sia in grado di portarle avanti. È un lavoro ostico e delicato. Ma qualcuno deve pur cercare di migliorare le nostre condizioni.
Stefano Monti

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