La scultura al tempo di Frieze e dintorni

di - 31 Ottobre 2013
Di cosa parliamo quando parliamo di scultura nel 2013? Durante le giornate trascorse a Frieze, le opere esposte nei diversi stand delle gallerie più importanti del pianeta mi hanno suggerito un’analisi a caldo sull’evoluzione di questo linguaggio, che registra una trasformazione degna di riflessione. Conclusa la stagione dell’arte relazionale, che ha dominato gli anni recenti, esaurita la ripresa del modernismo reimpaginato in chiave multiculturale, la scultura internazionale pare svilupparsi su due filoni paralleli, entrambi frutto dell’allargamento su scala globale dello sguardo degli artisti più interessanti delle ultime generazioni, entrambi derivati dalla lezione del Surrealismo, rivisitato in chiave neodadaista.
Il primo si nutre della pratica dell’assemblaggio, in direzione però diversa da quella messa a fuoco dalla celebre mostra “The art of Assemblage”, aperta nel 1962 al MoMA: non più ready made o frammenti di oggetti quotidiani consunti, riuniti a comporre forme antropomorfe, bensì accostamenti di materiali eterogenei, che compongono paesaggi dai significati del tutto soggettivi, legati a suggestioni poetiche, letterarie o antropologiche, come nell’opera del giovanissimo Jack Lavender, dove memorie pop incontrano sofisticati assemblaggi di oggetti apparentemente incongrui ma in realtà di notevole sofisticazione, in bilico tra arredamento e design. Una freschezza che ritroviamo in chiave modernista nell’opera di Amalia Pica Memorial for Intersection, dove una serie di elementi in perspex colorata sono disposti su una struttura metallica di sapore minimalista.
L’idea di paesaggio ritorna in chiave di dialogo tra forme e materiali con Naica sculpture from Crystal Cave di Pierre Huyghe, maestro nel creare magiche relazioni tra geografia, storia e memoria. Ironica e provocatoria l’opera di Leonor Antunes Discrepancias com T.P (II), concepita come  una sorta di vetrina di reti, cinghie, cinture ed altri cordami che alludono a pratiche di dominio per animali o esseri umani, senza mai rendere esplicita la funzione dei diversi elementi utilizzati. Valeska Soares punta invece su memorie di balli e cerimonie allestite in palazzi settecenteschi con Untitled (from Vanishing Point), giocando sulla rifrazione della luce tra un lampadario di gocce di cristallo e uno specchio adagiato su un tavolino da salotto.
Il secondo filone invece si concentra su un unico oggetto di alta densità visiva e onirica, erede di quella vocazione al paradossale già presente nell’ambito di Post Human, tra Wim Delvoye e Jeff Koons, trasferito però su un immaginario complesso, che volta le spalle alla cinica banalità del kitsch neopop per intraprendere strade più articolate. Maestri del genere appaiono Elmgreen & Dragset, con opere come The Equation, che mostra un avvoltoio appollaiato in cima ad un seggiolone, abbagliante ed estraniante nel suo candore assoluto, dove una manifattura perfetta stride con i rimandi simbolici dell’immagine.

Levigatezza hi-tech contro opacità di materiali stravolti per generare tensioni tra gesto e intenzione in un’opera come Digging di Lara Favaretto, un unico blocco di cemento dove l’artista ha praticato uno scavo simile a quello di un bimbo con la sabbia marina, o manipolato per suggerire morfologie antropomorfe dai vaghi rimandi sessuali, come in Mythic language organ. Object/Organ di Damiàn Ortega.
Infine, Mona Hatoum con il suo Bourj ci ricorda che gli oggetti recano incise per sempre le tracce delle armi, come i fori di pallottole che trapassa una struttura composta da sbarre d’acciaio, memento della fragilità politica di un Paese come il Libano, in perenne bilico tra pace e guerra. Una risposta cruda e drammatica a Tomorrow, la lastra tombale che emerge da un mucchietto di terra al centro dello stand di Massimo De Carlo, come un’ironica profezia lanciata sempre da Elmgreen & Dragset, che fa riflettere non poco sull’epoca che stiamo vivendo.

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