MOSTRARE E DIMOSTRARE

di - 12 Luglio 2010
Le cose vanno un po’ come per i film storici: esiste un
medioevo dei primi film in costume degli anni ’20, cupo, gotico ed
evidentemente espressionista, così come esiste un medioevo boccaccesco,
slabbrato e vagamente hippy, tipico di certe produzioni degli anni ’70, così
come esiste un medioevo fantasy, griffato e digitale, così caratteristico della
nostra epoca; alla fine, come è stato notato, un film storico dice molte più
cose sul periodo in cui è stato realizzato che su quello in cui era ambientato
il film stesso.

Non è molto diversa la condizione
delle mostre d’arte dal momento che, indipendentemente dal loro valore
“scientifico”, si collocano comunque all’interno della logica spettacolare:
ogni mostra, sia che proponga una monografia su un autore storicizzato, sia che
si incarichi di mostrare un momento della stretta contemporaneità, o che si
sbilanci addirittura a interpretare una tendenza futura, alla fine, sul piano
storico, resterà un segno più o meno importante per tracciare la fisionomia di
un periodo, di un decennio, di un secolo o magari di un’epoca intera.

Il problema, però, è a quale
livello una forma espositiva voglia e sappia davvero collocarsi, in quel
benedetto piano storico; dato che tra il gioco modaiolo e l’evento destinato a
segnare lo spirito del tempo la sfida è sempre aperta. E si potrebbe
agevolmente notare che la cultura è proprio questo: non
la lista tranquillizzante dei must, delle opere capitali, mostre
incluse, che ognuno dovrebbe inserire nella propria “pinacoteca domestica”, ma
la incessante battaglia, senza
esclusione di colpi, per stabilire quale sia davvero la serie delle opere
imprescindibili a cui fare riferimento.

Tuttavia, è altrettanto facile
capire che il solo modo per superare l’impasse
tra una mostra che voglia essere
storica e una che sia “solo contemporanea” è quello di una mostra che sia storica
in un altro senso: non solo per
l’oggetto tematico, ma in quanto essa stessa “fatto storico”, qualcosa che non
solo interpreta la storia, ma contribuisce a farla. Per ritornare a esempi
cinematografici, non è forse questa (tra le altre cose) la differenza tra un peplum
qualunque e un capolavoro come il
Satyricon
di
Fellini? Benché anche quest’ultimo appartenga al genere dei film in costume,
non si dovrebbe dire che assume la sfida di fare un film storico esattamente su
un dato periodo (il mondo antico) come una necessità intrinseca al (proprio)
presente?


Faccio fatica a ricordarmi mostre
“storiche” in questo senso; a parte quelle che dovevano esserlo certamente,
dall’Exposition Internationale du Surréalisme
a This is Tomorrow o Caravaggio e i caravaggeschi di Longhi; però direi che Post
Human
di Deitch è
di quel genere.

Recentemente, la mostra alla
Triennale di Milano Quali cose siamo
, a cura di Alessandro Mendini, pare introdurre un
concetto del tutto nuovo in questa serie. Benché nominalmente a Mendini fosse
stato chiesto di fornire un ritratto veritiero dello stile italiano per la
terza “puntata” al Museo del Design, il risultato è uno strano viaggio non solo
dentro la storia di cinquant’anni di design, ma all’interno di un universo di
senso dalle molteplici connessioni.

Anche perché quell’anticaglia,
ancora attaccata al suo pezzo di intonaco, viene nientemeno che da un edificio
crollato nel terremoto de L’Aquila.

marco senaldi


*articolo pubblicato
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