La differenza principale tra i videoartisti che, negli anni Novanta, hanno lavorato sul cinema (Stan Douglas, Douglas Gordon, Doug Aitken ad esempio) e Matthew Barney consiste nel fatto che quest’ultimo lavora quasi completamente nel contesto cinematografico, realizzando cinque autentici film.
Tra le ascendenze cinematografiche del Cremaster 2 (1999), domina la filmografia di Stanley Kubrick, in particolare 2001: a space odyssey (1968). Le visioni a volo d’uccello che caratterizzano il film di Barney – in particolare la sequenza del two-step – è mutuata infatti, oltre che da La Région centrale (1971) di Michael Snow, soprattutto dalla sezione Jupiter and beyond the infinite di 2001 (e per analogia anche dalla sequenza dei titoli di testa in Shining, 1980). Il collegamento è avvalorato dal fatto che queste immagini illustrano sempre un viaggio spazio-temporale: l’operazione di Barney si configura, anzi, come un remake del ‘viaggio spazio-temporale’ per antonomasia. Inoltre, l’intera evoluzione dello stile registico nel Cremaster cycle tende esplicitamente al modello kubrickiano, soprattutto nell’inquadratura (che aspira a un’idea di grandeur) e in certi movimenti della macchina da presa.
Le influenze di Barney non si esauriscono qui. David Lynch è sicuramente presente, soprattutto al livello del procedimento creativo. Infatti, come in Blue velvet (1986) e soprattutto nel dittico costituito da Lost Highway (1997) e Mulholland Drive (2001), Barney procede per sottrazione di elementi. Il modo in cui lo fa è tuttavia sottilmente diverso da quello che caratterizza il prototipo odierno dell’artista post-concettuale: qui, infatti, la sottrazione agisce sempre all’interno della narrazione cinematografica intesa come serie di elementi.
Ma è John Carpenter il regista più vicino al Cremaster 2. La scena girata nel ‘corridoio alchemico’ tra le due Mustang del ’66 prima dell’omicidio di Max Jensen, oltre a mimare l’immagine reale dell’arresto di Gary Gilmore (il killer mormone fulcro del film di Barney), riprende anche una delle scene iniziali di Halloween (1978) in cui l’infermiera dell’ospedale psichiatrico viene aggredita da Michael Myers. Inoltre, la tuta bianca da lavoro indossata da Gilmore-Barney, pur essendo un calco dell’originale, reca su di sé una chiara ‘impronta’ di quella, verde militare, che connota l’iconografia di Michael. Come nell’attribuzione a Norman Mailer del ruolo di Houdini (e, in seguito, a Richard Serra del ruolo di Grande Architetto nel Cremaster 3, 2001), anche in questo caso l’artista preleva un significato anteriore – un viso, un’opera, un oggetto – e lo incolla su un suo personaggio-concetto. I contatti tematici tra Barney e Carpenter si fanno più stretti pensando alle comuni radici letterarie: Poe, Lovecraft , ma soprattutto Philip K. Dick. Sia In the mouth of madness (1993) – definito “il film più ambizioso di Carpenter” – che Cremaster 2 insistono infatti sulla “combinazione di mondi paralleli” e sulla “disgregazione dei concetti di realtà” che caratterizzano l’intera opera dickiana, e che si possono ritrovare, in forme diverse, in molta narrativa americana contemporanea.
Dunque il cerchio si chiude. Proprio in questa scena in cui Barney usa il grindcore all’interno di una situazione à la Buttgereit.
christian caliandro
[exibart]
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