Il Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona è un polo che, come indica il nome, indaga la cultura contemporanea in ogni sua sfaccettatura. La sua peculiarità consiste nell’affiancare attività molto variegate e di livello pregevole, dalle mostre ai workshop, dai convegni ai festival. La zona in cui è situato, a pochi passi dal centro d’arte contemporanea Macba, gli assicura una costante affluenza di pubblico, a partire dagli immancabili skater che affollano la piazza. La produzione editoriale del centro non si limita ovviamente alla pubblicazione dei consueti cataloghi. In primo luogo, spesso gli interventi dei conferenzieri vengono messi a disposizione gratuitamente in formato digitale. Mentre la produzione cartacea si connota spesso come una sorta di complemento visuale e testuale delle mostre allestite, con articoli firmati da specialisti e declinati nelle discipline apparentemente più distanti le une dalle altre.
Due esempi recenti. Il primo è Trash culture, alla quale nel 2003 il Cccb ha dedicato una mostra, un libro e un dvd. Una sorta di speleologia del gusto, per verificare l’ipotesi che la cultura porqueria sia stata nel corso degli ultimi decenni una “avantguarda ocasional”. Ovviamente scorrono gli orribili ritratti di bambini realizzati da Margaret Keane o i classici baracconi che mettevano in mostra freaks reali o presunti. Ma i media presi in considerazione sono i più disparati: dalle cartoline di località balneari alla pellicola 13 Ghosts (1960) di William Castle, dalle mitiche copertine dei dischi di Heino agli assurdi format televisivi che ci propinano anche in Italia.
Il discorso si fa ben più serio con la mostra e il volume At War, dalle frattaglie umane dei fratelli Chapman con I spit on your grave III (2000), l’eloquente Untitled (1999) di Adi Nes con soldati israeliani che riproducono l’Ultima Cena, o ancora la propria morte fotografata da John Hoagland nel 1984 in Salvador. Fra i saggi che costellano il corposo volume, si segnala il paper di Joan Esteban, che si concentra sulla “costruzione del nemico”, illustrando alcune problematiche con semplici e disumane equazioni algebriche. Una “freddezza” che si ravvisa anche nella memoria, che non si concede alla pornografia dell’immagine, del progetto dedicato al Rwanda (1995) da Alfredo Jaar. Forse sono sufficienti poche parole, come quelle del sempre lucido Michael Walzer, oppure un sottile strato di neve e molte impronte di scarpe. E il rosso del sangue: è il suolo ceceno in una fotografia di Paul Lowe scattata nel 1994.
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