Esce due volte all’anno dal 2002, sotto la direzione editoriale di Marco Senaldi e Sonia Pedrazzini, cioè un filosofo che si occupa di arte contemporanea e una packaging designer di alto profilo. Una rivista dedicata a contenitori e contenuti, come recita il sottotitolo di Impackt. Il target può sembrare estremamente settoriale, ma Pedrazzini non è d’accordo e parla di “designer, creativi, architetti, marketing manager, teorici della società contemporanea, aziende di packaging, scuole professionali”. La prospettiva cambia radicalmente e il tema si fa più appetibile, anche perché si tratta di “coprire con interviste e articoli un settore trascurato nel campo dell�arte, dei consumi, della consumazione”. E l’arte? Quale ruolo ha? “All’arte dedichiamo in genere almeno due o tre servizi, in cui trattiamo di artisti che hanno lavorato con il packaging o con elementi della comunicazione delle merci attualmente sotto gli occhi di tutti”. Diamo dunque uno sguardo al numero dedicato al “Packaging Project”. Che presenta alcuni articoli dedicati al packaging “d’autore”, con un’intervista a Karim Rashid (il “senso [del design] è dare una forma al miglioramento, scolpire un mondo a bassa complessità , bello, intelligente e confortevole”) oppure un pezzo di Pedrazzini sull’ex-appropriazionista Ora-Ito, che ha disegnato per esempio le bottiglie in alluminio per Heineken. Fra le generazioni emergenti, la tracciabilità totale di Donata Paruccini, che ha pensato a
Dunque si torna all’inizio, cioè ai contenitori e ai contenuti. In quel confine che si fa sempre più labile. E se il significante comincia a significare, il futuro prossimo è forse quello prospettato da Minority Report. Come scrive Fabiola Naldi, “sta già accadendo�.
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