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pre[ss]view_riviste | Opening

di - 10 Gennaio 2008
Roma, seconda metà degli anni ’80. Insieme a Marco Jannuzzi e Marina Drojkovic date inizio all’esperienza di “Opening”. Parlaci dell’esordio e del contesto.
Capitale comune 50.000 lire a testa per stampare le prime quattro pagine. Usciti dall’Accademia, ci siamo guardati intorno per cercare di capire le realtà dell’arte contemporanea, che in un ambito come quello accademico paradossalmente non esisteva. E il mezzo migliore era quello di conoscere e far conoscere attraverso una pubblicazione d’informazione sull’arte nella città. Città che era in un momento di grande vivacità, sia per la presenza di molti artisti importanti e tendenze che si andavano affermando, sia per le molte gallerie aperte dopo il “fermo” dei ‘70. Purtroppo Marco Jannuzzi, fondatore della rivista madre “Sottotraccia”, è venuto a mancare proprio all’inizio, ma ci ha lasciato lo spirito giusto per continuare e riuscire a fare quasi dieci anni di “Opening”.

La lista dei collaboratori è lunga: Meloni, Scudero, Pratesi, Chiodi, Christov-Bakargiev…
Aggiungi Luigi Billi e Patrizia Mania dell’Associazione Sottotraccia, che lo editava e curava, subentrati a Marina Drojkovic, e per un breve periodo l’importante contributo grafico e tecnico di Giuseppe Fadda. E non dimentichiamo Natalia Gozzano, Maria D’Alesio, Daniela Lancioni, che hanno sempre più o meno collaborato. Era una nostra caratteristica coinvolgere tutte quelle persone, giovani o meno, che ritenevamo avessero cose da dire. Ognuno con le proprie specificità di critico militante, storico o artista. Credo che quell’atmosfera, quello spazio libero d’immagini e scrittura fosse molto apprezzato, soprattutto dai giovani, che volevano partecipare a una delle poche iniziative serie e indipendenti di quegli anni a Roma.

Sin dal #0 è evidente la vocazione a essere “utili” al pubblico: è una freepress, con una mappa da mettersi in tasca…
Nell’ambito della divulgazione gratuita dell’arte siamo stati pionieri. In una città turistica come Roma, era quasi naturale inserire una mappa con le gallerie. Come sai, a volte gli spazi d’arte sono quasi introvabili. Pensa a uno straniero interessato al contemporaneo per la prima volta a Roma…

“Opening” è una rivista che presto si apre a Napoli e ad altre città. Claustrofobia?

Eravamo curiosi di tentare l’esperimento in altri luoghi, magari trovando persone – artisti o critici – disposte a organizzare nella loro città lo stesso sistema editoriale. Ed era un mezzo per conoscere altre realtà espositive e artistiche. Oppure semplicemente per aumentare i nostri lettori. Più lettori voleva dire più pubblicità, unica fonte di finanziamento in quegli anni.

Su “Opening” c’erano interviste, “artisti in vetrina”, articoli su galleristi e collezionisti, poche recensioni. Un’attenzione alla “divulgazione” di un ambiente che tende all’elitarismo?
È purtroppo ovvio definire elitario l’ambiente dell’arte contemporanea, come peraltro molti altri ambienti artistici. È sempre stato un grosso limite. Un limite che rende meno credibile l’arte contemporanea al grande pubblico, salvo eccezioni come il Futurismo o la Pop Art. Generalmente esiste un rischio di asfissia intelettual-artistica. “Opening” cercava di saltare vecchi schemi, andando a parlare direttamente con grandi artisti (Kounellis, Cucchi, Paladino, Ontani, Accardi ecc.) o intervistando per la prima volta i giovani artisti. Tutto ciò era piuttosto divertente e gratificante e annullava in parte le dinamiche “clientelari” dell’arte.

Insomma, vi distinguevate nettamente dalle riviste “patinate”…
Il tentativo era anche quello di distinguersi nei metodi più pratici, uscendo dal look visivo anni ’80, divertente ma coatto, non dimenticando mai l’impegno sociale dell’arte e il suo messaggio pacificamente rivoluzionario. Abbiamo fatto alcune copertine dedicate a importanti temi sociali e organizzavamo mostre a tema antiproibizionista o per la ricerca sull’Aids e l’uso del profilattico. E tutto in tempi di cosiddetto “riflusso”.

Parlaci dell’intenso rapporto con gli artisti. E anche della componente “poetica”, uno degli aspetti attualmente più sottovalutati. Infine, con il #19, c’è stata una svolta…

Con gli artisti cercavamo un filo diretto. Grazie al loro contributo in opere che poi presentavamo e vendevamo a prezzo politico in una mostra annuale, “Opening” ha continuato a pubblicare per diversi anni. Era un giornale aperto e interessato agli sconfinamenti, invitava anche i non professionisti a scrivere d’arte o chiedeva interventi a scrittori o giornalisti. Il passaggio con Austerity, oltre alla riduzione del formato, è stata quella di confermare e abolire completamente la pubblicità, contando solo sul rapporto con e fra gli artisti e i collezionisti, in modo certo militante ma sulla consueta linea dell’indipendenza. Una linea certamente dura e gratificante, ma che richiedeva un impegno di tempo ed economico non indifferente, difficilmente sostenibile per troppi anni.

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a cura di marco enrico giacomelli

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 40. Te l’eri perso? Abbonati!


Opening
1989-1994, bimestrale, 3.000 copie
1995-2001, quadrimestrale, 1.000 copie
Info: alberto.vannetti@yahoo.it

[exibart]

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