A Bologna si torna in “azione”

di - 24 Aprile 2017
Ideata e organizzata dall’Associazione XING, la sesta edizione della bolognese “Live Arts Week” è una maratona di quattro giorni diffusa per la città, con oltre venti ospiti internazionali e una serie di “atomi di spettacolo”.
Dalle gallerie di via Azzo Gardino – P420, Localedue e Car Drde – che apriranno mercoledì con i lavori di Mette Edvardsen e Mattin & Miguel Prado, a Lorenzo Senni che performerà la sua JP32000 al Foyer Rossini del Teatro Comunale, sarà poi la ex Galleria d’Arte Moderna a fare da sfondo alle altre serate.
Evento di punta, giovedì 27 aprile, Scholomance II di Nico Vascellari. Che aspettarsi? Lo abbiamo scoperto al Palais De Tokyo, a Parigi, dove Vascellari ha messo in scena una versione dell’happening in una serata unica, lo scorso 23 marzo.
Partiamo dal nome, che è anche il tema: “Scholomance” – in rumeno “Solomonanţă” – è stata descritta dalla scrittrice Emily Gerard, in un articolo del 1885 dedicato alle superstizioni della Transilvania, come la scuola dove il Diavolo istruiva i suoi discepoli alla Magia Nera. L’istituto si situava, stando alla leggenda, nei pressi di un lago profondissimo e senza nome a sud della città di Sibiu, tra le montagne, e soltanto dieci allievi potevano accedere ai corsi – che duravano nove anni – ma solo nove, per l’appunto, sarebbero tornati a casa.

Lo studente “eletto”, alla fine dell’insegnamento, sarebbe rimasto ad aiutare il Diavolo, preparando fulmini e tuoni, cavalcando il drago che seminava tempesta e mettendo in pratica tutto quello che il Maligno aveva rivelato: i segreti della natura, il linguaggio degli animali, e tutte le magie che si possano immaginare.
Nel sotterraneo del Palais, lo spazio più buio e rough dell’edificio, Vascellari raccogliendo questa “lezione” ha invaso l’ambiente con una grandissima installazione di uno stage composto da centinaia di tubi Innocenti assemblati, display anche per l’aggancio e la messa in scena di oltre 140 sculture in bronzo, intervallati da neon rossi, bianchi e blu. Un’opera monumentale, effimera, che per tre ore è stata il palcoscenico di accadimenti che hanno spostato il pubblico, guidando percezioni, incantando con continui cambi di “scenografie”: videoproiezioni di natura, fasci di luce, sollevamento di polvere compresa. Il tutto con l’aiuto di una serie di protagonisti che hanno riempito questa “cattedrale” recitando Antonin Artaud, urlando nei microfoni, componendo tableau inerenti allo Zodiaco, piuttosto che alle stagioni. E definendo un progetto complesso e potente che, appunto, ha mosso il pubblico da una parte all’altra dello spazio come in un rito pagano, come nuovi esploratori alla ricerca della scoperta di temi arcaici da rivisitare, letti sotto una nuova luce o – ricorrendo ai miti della storia dell’arte – in una buia caverna dove le forme prendono altre direzioni, muovendosi a volte lentamente, a volte in maniera sincopata. Gli abitanti di questa “foresta” in cui si sedimentano materiali eterogenei a Bologna saranno, oltre a Vascellari, Prurient, Cristina Kristal Rizzo, Silvia Costa, Dana Michel, Costante Biz e altri ospiti inattesi, che ricreeranno uno scenario immaginifico, tratto dalla stratificazione delle culture popolari, tra ispirazioni folkloriche, correnti underground e videogames, ricomponendo un discorso sulla natura e sulle sue variabili oltre che, appunto, sull’universo animale.

“Una natura occulta, una selva nascosta, dove le performance sono concepite come un’opera corale proponendo una serie di possibili interpretazioni sull’origine del mondo e dell’uomo, come un fossile in cui si sedimentano esperienze sommerse dentro di noi”, come si è scritto del primo Scholomance parigino, a cura di Pier Paolo Pancotto e Vittoria Matarrese.
E così, questo scenario che in realtà assume contorni post-naturali, diventa anche il territorio dove la cultura dell’uomo permette la crescita di una foresta di significati, talvolta ambigui, talvolta più nitidi.
“Un organismo che cresce, vive e muore”; uno spaccato di complessità che, talvolta, può risultare un po’ ostica alla comprensione, anche per il suo incedere su una lunga scala temporale: lo spettacolo dura 2 ore e mezza, ma potrete percorrere il vostro itinerario in questa fantasmagorica foresta dove si serve uno strano liquore, dove si alternano i corpi, dove l’inquietudine si alterna alla meraviglia di movimenti atavici quanto perfetti, e dove i metalli si innestano nelle proiezioni, piuttosto che nelle voci.

E la festa continua anche venerdì e sabato, con – tre le altre azioni – la prima italiana di Massacre: Variations on a Theme di Alexandra Bachzetsis, che ricombina surrealismo, pornografia, danza techno, e Yoruba; World Antacid, un campo di antenne e cibi, che gioca sul fraintendimento tra nutrimento e nocività; Squatter, regarder le ciel, dove l’artista francese Olivier Kosta-Thèfaine, compirà un’azione non richiesta e impossibile: dipingere un intero cielo con l’accendino sul soffitto dello spazio come gesto vandalico e insieme poetico. Una serie di paesaggi vivi, e spesso poco classificabili, fino a tarda notte. Come tanti anni fa.
Matteo Bergamini

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