Padiglione Venezia, Courtesy Fondaco Italia
La città come organismo vivo, attraversato da memorie, stratificazioni e vibrazioni spesso impercettibili. Questa la riflessione dalla quale si sviluppa, il progetto del Padiglione Venezia per la 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale, che aprirà al pubblico dal 9 maggio 2026. Presentato ieri a Ca’ Farsetti, con interventi del sindaco Luigi Brugnaro e del commissario Maurizio Carlin, intitolato Note persistenti e curato da Giovanna Zabotti, con la partecipazione di Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi, il progetto dialoga con il tema generale della Biennale, In Minor Keys, scandendo un percorso che invita a cogliere le “tonalità minori” di Venezia: quelle che emergono dalle sue fondamenta, dai racconti degli abitanti e dalle trasformazioni della materia che la sostiene.
«Con Note persistenti ho immaginato il Padiglione Venezia come un ritorno alle sue note più profonde, a ciò che rimane. Un padiglione relazionale, in cui le opere non si limitano a essere osservate, ma attivano connessioni tra persone, storie e percezioni», ha spiegato Zabotti. «Ho cercato di guardare Venezia con tonalità diverse, esaltandone ancora di più l’unicità: una città mitologica, eppure reale, percepibile e vivibile in ogni sua dimensione. La mia Venezia si manifesta attraverso segni minimi e poetici – la luce che si riflette dall’acqua sulle pareti trasformando le superfici, le sue parti sommerse, le memorie intime di chi la vive quotidianamente – dettagli quasi impercettibili che, proprio nella loro fragilità, custodiscono l’essenza più autentica della città. A queste si affiancano altre note persistenti: la stratificazione di culture, segni e periodi storici, e l’anima delle persone che la abitano, capaci di riconoscerne e amare anche le tracce più piccole e silenziose. Il Padiglione si configura così come una partitura collettiva, in cui gli artisti diventano canali attraverso cui sintonizzarsi con la città. Un gesto generoso e ospitale verso la vita, che invita all’ascolto e alla condivisione», ha continuato la curatrice.
L’allestimento si struttura come una sequenza di ambienti che accompagnano il visitatore attraverso quattro dimensioni simboliche della città, sommersa, domestica, mitologica e collettiva, configurando il Padiglione come un campo di ascolto e di risonanza tra passato, presente e futuro. Non una narrazione lineare e rappresentativa ma una partitura, in cui le opere agiscono come “note” capaci di attivare connessioni tra percezioni, storie e relazioni.
La dimensione sommersa prende forma nel lavoro di Alberto Scodro, che indaga ciò che resta invisibile ma sostiene Venezia. Le sue sculture, generate da processi di fusione e sedimentazione di materiali come sabbia, vetro e pigmenti, evocano concrezioni geologiche e dinamiche naturali, restituendo una materia intesa come processo in continuo divenire.
Per la dimensione mitologica, il progetto ha coinvolto il musicista Dardust, autore di una composizione originale per Venezia. L’opera si sviluppa come installazione immersiva, ideata dallo scenografo Paolo Fantin con il supporto tecnologico di H-Farm e Cisco: un sistema sonoro generativo, basato su intelligenza artificiale, reagisce ai dati ambientali, ai suoni e ai movimenti dei visitatori, trasformando la città stessa in un organismo compositivo.
«SommersiVo nasce dall’idea che alcuni suoni esistano solo sotto la superficie. Venezia è una città che vive su due livelli: quello visibile e quello sommerso, fatto di memoria, stratificazioni e tempo sospeso», ha raccontato Dardust. «La musica diventa un’immersione in questo spazio invisibile, dove ogni nota si fa eco e continua a vibrare anche quando sembra svanire. In dialogo con il Padiglione Venezia, il mio lavoro attraversa la dimensione più profonda della città, provando a tradurla in suono: un luogo in cui passato e presente si fondono, e in cui ciò che siamo stati non scompare, ma rimane, sommerso e vivo. È qui che si manifesta il gesto più sovversivo del suono: continuare a esistere come memoria al di là del tempo e dello spazio».
La dimensione domestica è affidata a Diario veneziano di Ilya ed Emilia Kabakov, che prosegue un percorso avviato a Ca’ Tron. L’opera nasce da un progetto partecipativo che raccoglie oggetti della vita quotidiana provenienti dalla città lagunare e dalla terraferma. Disposti in vetrine tematiche e accompagnati da narrazioni personali, questi elementi costruiscono un ritratto corale e intimo, capace di attraversare generazioni, mestieri e comunità.
«In un’epoca saturata dall’estetica del red carpet e dalla monumentalità dello spettacolo, Diario veneziano di Ilya ed Emilia Kabakov apre una soglia radicale quanto poetica per la quotidianità della città metropolitana», ha raccontato Cesare Biasini Selvaggi. «Quest’opera di autorappresentazione sarà l’esito dell’invito rivolto agli abitanti di Venezia a riappropriarsi della propria narrazione. Non sarà pertanto una mostra su Venezia, ma una mostra di Venezia. Riprendendo il filo interrotto del Rendez(-)vous dei Kabakov del 1993, sono orgoglioso di essere curatore, insieme a un grande team, di questa installazione performativa inedita del celebre duo internazionale. L’esposizione Diario veneziano che sarà allestita a Ca’ Tron approderà anche in una parte del Padiglione Venezia con il suo straordinario dispositivo di ascolto nell’ambito della collettiva Note persistenti».
«Questa sarà la mia storia su Venezia, nonostante io non sia veneziana», ha aggiunto Emilia Kabakov. «Io e Ilya partecipavamo spesso alle Biennali, e questo significava che ogni due anni venivamo a Venezia e vivevamo qui per almeno un mese. Abbiamo soggiornato in una casa al Lido, in piccoli hotel e in alberghi glamour, e perfino una volta in un monastero. Abbiamo lavorato e riso insieme ai veneziani di ogni provenienza. Nel 1993 abbiamo rappresentato la Russia nel Padiglione Russo. Da allora il mondo è cambiato. Viviamo in un tempo strano e travagliato. Ma ho scoperto che le persone a Venezia vivono tra i tempi, tra il Cielo e la Terra. Ora non solo sono tornata a Venezia, ma ho anche l’onore di collaborare ancora una volta con i veneziani».
A completare il percorso è la dimensione collettiva, rappresentata dallo spazio dedicato al concorso Artefici del Nostro Tempo, iniziativa rivolta alle nuove generazioni di artisti under 35 e che per questa settima edizione ha visto 504 opere in gara nelle varie sezioni. Pittura, video, fotografia, scultura e pratiche urbane convivono in un ambiente pensato anche come luogo di incontro e conversazione, rafforzando l’idea del Padiglione come spazio relazionale e aperto.
Il progetto restituisce così un’immagine di Venezia che si sottrae alle rappresentazioni più immediate, privilegiando invece tracce, eco e frammenti. Una città che si manifesta per accumulo, per stratificazione, per segni minimi, e che proprio in questo aspetto fragile e diffuso ritrova la propria continuità.
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