C’è vita là sotto!

di - 24 Giugno 2017
L’Ex Albergo Diurno di Bergamo si trova in piazza Dante, in quello spazio che segna idealmente il passaggio tra città alta a bassa. Non ne vedrete le indicazioni, perché forse non lo avete mai visto. Il vecchio Diurno, infatti, costruito come rifugio antiaereo, ha funzionato dal 1949 – riadattato rispetto alla sua originale funzione – fino al 1978. È oggi sotto l’egida dei Beni Culturali, ma è chiuso da quarant’anni. Qui una volta vi erano servizi igienico sanitari, un’agenzia viaggi, un bar-biliardo, un servizio di dettatura per la corrispondenza. Non siamo di fronte ad un esempio Liberty come quello degli spazi dell’Ex Albergo Diurno di Porta Venezia a Milano, ma i Diurni di Bergamo non sono da meno, anzi. Un lungo corridoio per accedere alla hall centrale, circolare, corrisposto di una moltitudine di quelli che erano uffici laterali, e una serie di bagni a cui si accedeva, appunto, circumnavigando questa grande piazza sotterranea che Contemporary Locus 12 ha riattivato non solo con l’installazione The Repair di Kader Attia, che ad una parete ha anche affastellato una serie di lettere in metallo – l’installazione Eternelle Promesse – arrivate direttamente dal suo project space parigino La Colonie, ma anche riportando qui uno splendido tavolo per la stecca degli anni ’60 – parte del progetto di Alvin Curran – ed esempio di quel che si poteva fare qui sotto, al Diurno, mezzo secolo fa.
E che per una manciata di settimane potrete rivivere. Merito di Contemporary Locus, appunto, il progetto di Paola Tognon che dal 2012, attraverso l’arte contemporanea, riattiva con progetti esclusivamente site specific luoghi dismessi, segreti e dimenticati della città di Bergamo, portando nella città lombarda artisti internazionali che aprono un dialogo tra la storia e l’oggi; a volte si tratta di confronti, a volte di riappropriazioni, a volte di una variazione di energia: lo abbiamo visto con Alfredo Pirri all’Ex Centrale di Daste-Spalenga, con Marie Cool e Fabio Balducci all’Edificio 1 dell’Area Tesmec, con Grazia Toderi al Teatro Sociale così come con la “scalinata” di Margherita Moscardini e la musica di Jo Thomas all’Ex Chiesa di San Rocco, solo per citare alcuni passaggi.
Stavolta invece, oltre ad Attia c’è Curran, appunto, che ci fa immergere in un Concerto per vasca da bagno e orchestra, dove i musicisti si riappropriano di ogni stanza e danno vita a un’architettura sonora in grado di perturbare lo spazio e lo spettatore, colpito da momenti di violenta batteria fino ai dolci passaggi di flauto traverso, infilando in ammollo nelle vecchie vasche (lo abbiamo visto in occasione dell’opening) un paio di cantanti e invitando anche un cestista a palleggiare con il suo strumento di lavoro: la palla da basket. E Curran? Come poteva esimersi dal fare il “disturbatore” distribuendo a ogni passaggio un contrappunto alla sua sinfonia, lanciando una ciotola di metallo a terra? Quasi un colpo di piatto, la nota apparentemente sfuggita e in realtà ricercatissima, nella sonata interstiziale, per ridare consistenza a un luogo abitato soltanto dalla memoria di generazioni di bergamaschi.
E a proposito di memoria Kader Attia ci mostra come sia possibile “aggiustare” senza avere la pretesa di rifare o modificare: un oggetto, un volto, un luogo. The Repair, opera a base di 78 diapositive in slide, metaforicamente parla proprio dell’Ex Diurno oggi riparato con l’arte, pratica che ne ha fornito una possibilità di riscoperta, seppur temporanea, finché la patina del tempo tornerà a coprire pareti e marmi. In attesa che qualcuno, forse, possa rimettere le mani su questo tesoro architettonico e sociale sotterraneo.
L’arte, in questo caso, è il filo di sutura, sono i punti metallici che riagganciano piatti e volti, parafrasando il video di Attia, senza mutare l’identità originaria, anzi se possibile rendendola ancora più vivida, grazie a una decontestualizzazione di ambienti e azioni che – come magicamente – ci trasportano all’interno di un luogo dal presente invisibile, e forse infelice. In un racconto di Calvino forse l’Ex Diurno di Bergamo ci parlerebbe in prima persona, ci racconterebbe quello che ha visto passare sopra i suoi soffitti negli ultimi quattro decenni; forse si sentirebbe invecchiato, sicuramente oltre i confini della realtà. Quasi una time-capsule, ma vuota. Come tante ce ne sono in Italia, in cerca di un riscatto. Per fortuna, ogni tanto, qualcosa accade prima che l’oblio torni a coprire le vesti. Prima che questi luoghi troppo “moderni” per essere considerati monumenti, numericamente in disavanzo nella lista infinita dei siti da tutelare e quindi perennemente senza aiuti, passino ad una miglior vita che però spesso è quella delle macerie e non delle rovine. Un “repairs” talvolta, anche minimo ed originale, servirebbe – e basterebbe – parecchio.
Matteo Bergamini

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