Arnulf Rainer, 2019, copyright Javier Gutierrez
Figura centrale dell’arte più sperimentale del secondo Novecento, uno degli ultimi grandi maestri della generazione postbellica europea, Arnulf Rainer è morto il 18 dicembre, all’età di 96 anni, da poco compiuti. Protagonista di una ricerca radicale, nella sua pratica Rainer ha attraversato pittura, incisione e fotografia, interrogando in modo ossessivo ma sempre raffinato il rapporto tra immagine e negazione, corpo e trascendenza, vita e morte. La notizia è stata resa pubblica oggi, 21 dicembre, dall’agenzia di stampa APA.
Nato a Baden, vicino Vienna, l’8 dicembre 1929, Rainer si formò in larga parte da autodidatta, mostrando sin da giovanissimo un’insofferenza marcata verso l’insegnamento accademico. Nel 1949 frequentò l’Accademia di Belle Arti di Vienna solo per pochi giorni, scegliendo presto una via autonoma. Dopo un iniziale avvicinamento al surrealismo e la breve partecipazione al gruppo Hundsgruppe, la sua ricerca si spostò verso un linguaggio sempre più avanzato, influenzato dall’Espressionismo astratto americano e dall’Informale europeo ma orientato a una riflessione profondamente personale sui processi psicofisici e sugli stati emotivi estremi.
Il nucleo più noto e duraturo della sua opera resta quello delle Übermalungen, avviate a partire dal 1953: sovrapitture realizzate su opere proprie o altrui, in cui l’immagine originaria viene progressivamente coperta, negata, quasi “necrotizzata” da strati successivi di colore. Si tratta di un gesto dialettico, in cui l’affermazione della pittura passa attraverso la sua cancellazione. Questo principio della pittura come tensione accompagnerà Rainer per tutta la vita, declinandosi in cicli e materiali differenti.
Accanto alla pittura, dagli anni Sessanta Rainer sviluppò un intenso lavoro sulla fotografia. Celebri sono le serie Face Farces (1968–75) e Body Poses (1971–76), in cui l’artista interveniva graficamente su immagini del proprio volto e del proprio corpo, colti in smorfie, contrazioni e pose limite. Il corpo diventa qui luogo di conflitto, superficie su cui si inscrivono tensioni psichiche, pulsioni vitali e ossessioni legate al sacrificio, alla sofferenza e alla morte. Negli anni successivi lavorò anche su maschere funerarie, sul ciclo Hiroshima (1982) e su sovrapitture di immagini storiche e religiose, fino alla serie Giotto u. a. alla fine degli anni Novanta.
Dal 1994 Rainer sperimentò nuove tecniche e materiali, come l’alluminio rigato e i cartoni fresati, dando vita al ciclo Mikrokosmos–Makrokosmos, e rinnovò la propria pittura con interventi diretti delle dita. Le serie Schleierbild e Traumland segnano questa fase tarda, in cui il gesto si fa più rarefatto ma non meno intenso, mantenendo una dimensione drammatica e malinconica, fondata su una concezione non lineare del tempo, inteso come accumulo e stratificazione di esperienze.
Artista di riconosciuto rilievo internazionale, Rainer rappresentò l’Austria alla Biennale di Venezia nel 1978 e insegnò all’Accademia di Belle Arti di Vienna dal 1981 al 1995. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Gran Premio austriaco per la pittura, il Premio Beckmann di Francoforte e il riconoscimento dell’International Center of Photography di New York. Le sue opere sono state oggetto di importanti retrospettive, dallo Stedelijk Museum di Amsterdam alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, contribuendo a consolidarne il ruolo di maestro dell’arte postbellica europea.
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