Genova sulla cresta dell’onda. Sonora

di - 22 Settembre 2015
Gran classe Susan Philipsz (Glasgow, 1965), arriva a Villa Croce in un abitino bianco e blu di un’eleganza misuratissima, una mise senza tempo che ne rispecchia la finezza d’artista. Graziata dal bel tempo parte la presentazione di Follow me (fino all’undici ottobre), personale di una scozzese che in onore della sua prima italica ha conquistato ben sette luoghi genovesi (Palazzo Ducale, Ex Convento di San Francesco a Castelletto, Palazzo Reale, Palazzo Bianco, Palazzo Nicolosio Lomellino, Altrove-Teatro della Maddalena, Villa Croce) con casse e altoparlanti, unici oggetti fisicamente ammessi in una mostra basata tutta sulla virtualità “strutturale” delle sue installazioni sonore.
Di suo la Philipsz non propone nulla (o quasi) da vedere, condizione che crea ben pochi scompensi finché questo “nulla” resta chiuso tra i dorati confini del museo di pertinenza. Diversamente, i “ma” aumentano se viene sparso all’interno di edifici storici in cui tendenzialmente nessun visitatore è indotto a sviluppare un pensiero contemporaneo. Come l’avventore medio digerirà un’arte contemporanea che non lo spinge all’uso della vista, e invisibilmente lo agguanta perlopiù a sua insaputa? Lo scopriremo solo vivendo.
Follow me è un imperativo, consiglio, richiesta; una ragnatela di sei installazioni create tra 2004 e 2010 – più una settima elaborata appositamente per Villa Croce – riproposte in coinvolgimento con ambienti che non accettano d’essere semplici “spazi espositivi”, dato che nella logica di Susan Philipsz “installazione” è un prodotto pertinente al luogo d’azione e incapace di subirlo. Né quest’ultimo sarà mai una sorta di alienato showroom più o meno caratterizzato stilisticamente. “Location” non è sintomo di “contorno”, ma sinonimo di una struttura scelta dall’artista come parte interfunzionale all’installazione, rientrante con tutte le sue specificità, strutturali quanto evocative. Una volontà subito messa in evidenza anche attraverso i totem esplicativi esposti in ognuna delle sette sedi, equamente divisi tra racconto dell’opera e breve storia del fabbricato.
A far quadrare i conti comunque è Ilaria Bonacossa, curatrice della mostra assieme a Paola Nicolin, pronta ad affermare che «i lavori di Susan Philipsz esistono in un luogo, ma nascono per riadattarsi», utilizzando quindi la definizione di «site responsive»; ma nulla vieta che il site specific alla Philipsz diventi una sorta di site adapter, un qualcosa capace di cementarsi in uno o più luoghi, li vive e abita, ne assorbe i rumori, le vibrazioni, un po’ tutte le sue energie. Accade nel caso di Lachrimae a Palazzo Reale, ma ancora di più con Follow me, lavoro del 2004 che dà titolo alla mostra, ora presentato all’aperto del cortile di Palazzo Bianco; una specie di “non luogo” museale in cui la Philipsz cade a pioggia, diffusa da quattro altoparlanti che diffondono – con avvio scaglionato – la sua voce, mentre a cappella intona un’evocativa Happenings 10 years time ago dei The Yardbirds. Due minuti e ventisette secondi di stallo temporale, tra incertezze vocali e il viavai della sottostante via Garibaldi. Quasi meno rilevante sapere che l’ispirazione per questo lavoro proviene dal film Blow up di Antonioni, tanto è sovra-tematico l’impatto emotivo creato nel rapporto spazio-voce, correlazione che consente all’artista di far evolvere il proprio prodotto – peraltro così intangibile – dall’oggettivamente sensoriale all’individualmente sentimentale.
Ma per un’artista in grado di amalgamare, senza grumi, passato storico e contemporaneità, c’è un museo che rompe le righe per captare fette di un pubblico poco attratto dall’arte contemporanea (che magari al richiamo di quella moderna non sa dire di no), così da avvicinare i suoi contenuti a più gente possibile. Perché Villa Croce è bella, ha una vista splendida e l’handicap incontrovertibile d’essere (turisticamente parlando) ancora poco circuitata, per di più in una città turisticamente poco affabile.
La si può vedere così, factotum Philipsz, anche un po’ madrina dell’incontro tra istituzione museale e “vegia Zena”, in un itinerario che dalla sciccheria di via Garibaldi passa alla Genova cantata da De Andrè lì a poche centinaia di metri, tra prostituzione in silenzio-assenso e degrado che sembra far parte del gioco. Tutto in nome dell’arte contemporanea.
Il percorso-mostra tuttavia mantiene una dimensione “fai da te”, strutturabile in base alle singole esigenze. Si può quindi decidere di passare dal chiuso del Teatro della Maddalena, tra buio e supporto a pellicola la meno coinvolgente delle opere presentate, al cortile maggiore del centralissimo Palazzo Ducale. Qui uno speaker, definito dalla Nicolin come «volutamente minimale e invisibile» e «tecnologicamente non avanzato, particolarmente utilizzato per messaggi di servizio che appartengono alla vita quotidiana delle città», sta appeso al centro della parete di fondo. È «simmetrico, in qualsiasi punto si sente», continua Nicolin e, ad intervalli di circa quattro minuti, irradia The Internazionale. Una Philipsz alle prese con l’inno del movimento socialista, motivo che la co-curatrice definisce «orecchiabile e “comodo”», giocando su una serialità di contrasti (in primis la mascolinità dell’inno contro la dolcezza femminea della voce), ma anche su un maturato senso di collettività, decisamente coerente al ruolo di pubblica coesione che il palazzo detiene – con formule radicate e modificate nei secoli – dalla Repubblica Marinara alla Città Metropolitana di oggi.
Villa Croce potrebbe quindi essere la vostra ultima tappa. Elettra vi attende lì, progetto esposto in concomitanza con la Biennale di Istanbul, che tira in ballo la Liguria, Marconi e l’affascinante idea dell’eternità di un’emissione sonora. Per l’ultima volta la Philipsz dà al proprio lavoro una connotazione oltre-temporale, portando nelle due sale al pian terreno la registrazione di un incessante ping pong d’impulsi sonori nello sciabordio dell’acqua, successione di “bip” che si sviluppa come una serie di incostanti botta e risposta, variabili per tonalità/frequenza. Una diffusione a cinque canali che si stringe sugli altrettanti scatti ai frammenti del relitto della marconiana nave Elettra, notevoli per via dei serratissimi chiaroscuri che giovano ai dettagli, riuscendo a costruire nella caotica separazione uditivo/visiva degli elementi la perfezione di un rapporto suono/immagine sempre circolare. Come avendo catturato – ma non bloccato – un pezzo d’infinito.
Andrea Rossetti

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