Questo secondo anno di vita di Operette morali – dopo il debutto torinese e gli spettacoli a Roma e Parigi nella scorsa stagione – permette di assistere a una delle più interessanti, coraggiose, innovative esperienze del recente teatro italiano. E, cosa eccellente, è che la proposta provenga da un teatro stabile, la cui principale funzione è quella di produrre cultura, alta e vera, e di divulgarla. Lo spettacolo poggia le sue basi su una solida drammaturgia, che Martone ha realizzato con la collaborazione di Ippolita di Majo. La sfida, vinta, è stata quella di evitare di proporre un’antologia dei testi leopardiani (le Operette sono una raccolta di ventiquattro componimenti in prosa, dialoghi e novelle, che Leopardi scrisse tra il 1824 ed il 1832, alcuni celeberrimi come Storia del genere umano e Dialogo della natura e di un islandese, oppure Dialogo della moda e della morte e Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere), quanto invece di tenerli legati nei loro significati profondi e nelle relazioni, alcune evidenti e altre più sotterranee, che li fanno parlare tra loro e con il pubblico dei lettori, che in questo caso sono anche spettatori. Parla, Martone, di “cosmogonia” e le ragioni sono evidenti. La teatralità insita nei testi – il teatro è sempre stato ben presente a Leopardi: il piccolo Giacomo si divertiva a mettere in scena piccoli spettacoli in casa, assieme ai fratelli – ne esce esaltata dalla scelta per nulla banale delle Operette da far diventare testo e dalla cucitura dei vari momenti della messinscena, che sembrano così naturalmente legati. Quasi come se i testi fossero la proiezione di Leopardi nelle figure e nei personaggi che evoca, e che si trasformano in un pirandelliano “arsenale delle apparizioni” nello spettacolo.
L’atmosfera, infatti, è insieme sospesa e concreta, non rinunciando a momenti di beffarda ironia quando è necessario, immersa nella splendida prosa del poeta. Una scrittura che Martone ha reso attuale partendo dall’assunto che Leopardi è un genio della contemporaneità, che va letto e proposto senza retorica, perché la sua è una parola che va dritta al significato, come tanta parte della drammaturgia del Novecento.
Il valore aggiunto dello spettacolo, poi, sta nella struttura e nella gestione dello spazio. Uno spazio artistico, che porta la firma di Mimmo Paladino. C’è un dialogo continuo tra il palcoscenico e la platea, una contaminazione dei luoghi che unisce l’umano e il sovrumano, la terra e la luna, la luce e il buio. Un’istallazione a servizio della scena, per un miracoloso, alchemico equilibrio tra ciò che è e ciò che la mente proietta. Uno spazio visionario, tanto solare quanto siderale, perfetto per l’evocazione delle apparizioni, affidate ai notevolissimi attori Renato Carpentieri, Marco Cavicchioli, Roberto De Francesco, Paolo Graziosi, Giovanni Ludeno, Paolo Musio, Totò Onnis, Franca Penone, Barbara Valmorin. I costumi sono di Ursula Patzak, le luci di Pasquale Mari e i suoni di Hubert Westkemper. Operette morali sarà, nelle prossime settimane, dal 2 al 5 maggio a Napoli (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano), dall’8 al 13 maggio a Milano (Teatro Franco Parenti) e il 15 e 16 maggio a Bologna (Teatri di Vita).
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