I segreti del museo

di - 23 Maggio 2017
Dopo la mostra inaugurale curata dal direttore Fabio Cavallucci, il nuovo trend del Centro Pecci di Prato prosegue con “Dalla caverna alla luna”, un’esposizione che attinge alla collezione del museo e ne mette in luce, in un percorso che si articola in otto sezioni, le loro peculiarità essenziali.
La vasta raccolta permanente, che il museo nel corso di quasi trent’anni è riuscito a mettere insieme, si è formata per lo più con le opere che i singoli artisti hanno lasciato in seguito alle mostre che i vari direttori (Amnon Bazel, Ida Panicelli, Alessandra Soldaini, Bruno Corà, Daniel Soutif, Samuel Fuyumi Namioka, Marco Bazzini, Stefano Pezzato, Fabio Cavallucci) hanno realizzato.
Una collezione costituita con opere databili dagli anni Ottanta in poi ma con incursioni anche a ritroso fino alla metà del Novecento: quindi una collezione che essenzialmente spazia negli ultimi decenni ma che rispecchia le tendenze e le scelte di campo che hanno, di volta in volta, scandito l’attività del Centro. Parallelamente sono stati acquisiti anche archivi di artisti (Mario Mariotti, Luciano Ori, Paolo Scheggi etc) e donazioni di notevole entità come quella sulla Poesia visiva e la Poesia Concreta, quella fatta dalla famiglia Beccaglia, oppure le opere entrate a far parte della collezione grazie all’attività degli Amici del Museo Pecci.
Il titolo della mostra “Dalla caverna alla luna” ha in sé due elementi temporalmente molto distanti tra loro: la “caverna” intesa come luogo di un passato di civiltà lontanissime e la “luna” considerata come il luogo più distante da noi dove l’uomo abbia mai messo piede. Questi due poli – che idealmente identificano l’inizio e la fine di un ideale viaggio – hanno però anche un riferimento esplicito in due differenti opere esposte in mostra, La caverna dell’antimateria, 1958-59, di Pinot Gallizio e Luna, 1968 (in home page in una foto d’epoca), di Fabio Mauri.
Il percorso espositivo che si snoda per buona parte degli spazi del museo, sia nel nucleo originario progettato da Italo Gamberini nel 1988, sia negli spazi aggiunti recentemente da Maurice Nio, ripropone anche due opere – detti “Progetti speciali” – che erano parte integrante della mostra inaugurale del nuovo museo, “La fine del mondo”. Si tratta del fantasmagorico e cosmico pavimento retroilluminato, De cómo la tierra se quiere parecer al cielo II, 2016, di Carlos Garaicoa e di Transcorredor, 2106, di Henrique Oliveira, un progetto site-specific, di trasfigurazione e compenetrazione tra architettura e natura. Due opere di grande impatto e di notevole suggestione che propongono momenti di completa “immersione”.
È proprio lo spazio, l’ambiente – inteso come luogo in cui immergersi e lasciarsi avvolgere – il tema che sta al centro dell’esposizione e che unisce tra loro le circa sessanta opere in mostra: lo spazio non è inteso come luogo geometrico astratto ma come luogo da vivere, percepire e esperire; un luogo da attraversare che diventa vivo grazie alla presenza del fruitore.
Tra le opere proposte, dalla pittura alla fotografia, dall’installazione al video, dalla scultura alla performance, l’architettura assume un notevole rilievo non tanto per le opere in sé ma come filo conduttore e genere che meglio degli altri sottolinea e scandisce lo spazio e l’ambiente; essa diventa dunque quasi una costante che si dipana lungo tutto il percorso della mostra. Architettura dunque intesa come elemento fondatore, ma anche di supporto, a un luogo in cui vivere.
La parte performativa dell’esposizione si arricchisce anche di alcune performance rendendo ripetibile (e quindi collezionabile) l’azione nel tempo. Tra queste OPLA-azione-lettura-teatro, 1969, di Paolo Scheggi, Casa Anas gonfiabile, 1969-2000, degli UFO e Senza titolo (Modella), 1992, di Fabio Mauri, ma nel corso della mostra se ne aggiungeranno altre.
Le opere nelle otto sezioni sono proposte non per cronologia ma per relazioni, per raffronti, per somiglianza o differenza, ma comunque secondo una logica interna alla mostra che rispecchia il titolo della sezione cui l’opera stessa appartiene. Quindi abbiamo Innesti, Passaggi, Evoluzioni, Riflessi, Sconfinamenti, Scenari con opere di Bruno Munari, Andrea Martegani, Fabrizio Corneli, Marco Gastini, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis, Mario Merz, Remo Salvadori, Luigi Veronesi, Loris Cecchini, Superstudio, Archizoom Associati, Michelangelo Pistoletto, Vito Acconci, Marco Bagnoli, Gino De Dominicis, Francesco Lo Savio, Lucio Fontana, Paolo Scheggi, Paolo Canevari, Pier Paolo Calzolari, Lamberto Pignotti, Fabio Mauri, Gilberto Zorio ecc. ma anche di Andy Wahrol, Jan Fabre, Ilya Kabakov, Erwin Wurm, David Tremlett, Sol Lewitt, Robert Morris, Dani Karavan, Anish Kapoor, Joseph Kosuth, Julian Schnabel e molti altri.
Una corposa rappresentanza, selezionata da Stefano Pezzato, curatore della mostra, dell’intero patrimonio del museo che conta oltre mille opere di più di trecento artisti.
L’intera collezione è sempre stata esposta a rotazione e anche adesso con il “museo nuovo” non è contemplato uno spazio che ne accolga almeno una parte in pianta stabile, pertanto “Dalla Caverna alla luna” è la giusta occasione per vedere una serie di opere apprezzabili e di notevole livello qualitativo; opere che – sebbene musealizzate e non fruibili in modo permanente, anche se alcune di esse erano state esposte negli anni in cui il Pecci aveva trovato casa anche a Milano – potranno apparire “nuove” la prossima volta che saranno esposte poiché inserite in un contesto diverso, con associazioni e riferimenti differenti.
Enrica Ravenni

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