Il gigante meccanico di Antony Gormley |

di - 29 Aprile 2012
«L’uomo è una macchina. tutto ciò che fa, tutte le sue azioni, tutte le sue parole, pensieri, sentimenti, convinzioni, opinioni, abitudini, sono i risultati di influenze e impressioni  esterne….» ( da Aforismi di G. I. Gurdjieff). Questa frase di George Ivanovich Gurdjieff, l’illuminato maestro armeno teorico della Quarta via, dà un’idea precisa del variegato humus culturale in cui prende forma il grandioso lavoro scultoreo sul corpo realizzato fin dai primi anni Ottanta da Antony Gormeley (Londra 1950). Un corpo che non è più la gloriosa e perfetta misura dell’universo, come fu per i grandi maestri del Rinascimento italiano ma che, al contrario, è diventato geometrico, riproducibile, seriale e meccanizzato. Un corpo non naturalistico da indagare e vivisezionare per metterne in luce l’intima relazione con lo spazio urbano e architettonico e, soprattutto, con l’ineluttabilità circolare del tempo, il vero grande scultore della nostra dimensione terrena.
In quel gioiello medievale, che di giorno si trasforma in una sorta di meravigliosa trappola per turisti, che è San Gimignano, la Galleria Continua ci offre una nuova grandiosa personale di questo guru della scultura contemporanea.

“Vessel” non è solo il titolo della mostra, ma anche il nome dell’opera fulcro dell’esposizione, un lavoro che con la sua immensa mole riempie quasi completamente lo spazio espositivo dell’ex cinema anni Cinquanta (dove ha sede la galleria) in uno splendido contrasto di levità architettonica e gravità materica. Il grande corpo umano supino è composto da trentanove parallelepipedi di acciaio sovrapposti, un’imponente rappresentazione scultorea di “donaldjuddsiana” memoria che sovverte completamente il “topos” rinascimentale della città a misura e forma d’uomo per diventare uomo a forma di città.
Questo lavoro immenso e grandioso, così solido e pesante sembra impossibile che possa stare dentro lo spazio-bomboniera con i leziosi balconcini bianco e verde acqua della platea, infatti, se quel corpo gigante prendesse vita e provasse ad alzarsi non riuscirebbe a stare in posizione eretta e dovrebbe rimanere immobile e piegato in due.
Il senso di contenimento fisico e quindi anche di condizionamento psicologico che le città e gli agglomerati urbani complessi come le megalopoli contemporanee infliggono, loro malgrado, al corpo umano è perfettamente rappresentato da questo gigante che giace immobile al centro dello spazio quasi ostacolando con la sua presenza il flusso dei visitatori.
Il voluto contrappasso a questo lavoro così fortemente “muscolare” è l’opera Breathing Room situata nello spazio verticale della torre della galleria, un’installazione eterea, perfettamente geometrica e fatta di luce. Gormley ha creato un luogo intimo e meditativo in cui entrare possibilmente da soli per farsi catturare da una perfetta e tangibile connessione fra spirito, materia e spazio. Una sequenza di dodici nuove sculture fatte con piccoli blocchi cubici di ferro massiccio sono disseminate nella galleria, alcune sembrano nascondersi rannicchiate negli angoli, altre si esibiscono fiere, altre piegate a novanta gradi sembrano marionette meccaniche a cui hanno tagliato i fili.
Questi corpi geometrici parcellizzati e ricomposti in ordinati ed estetici accumuli sono gli inconsapevoli specchi che riflettono e amplificano i nostri stati d’animo in una sorta di involontaria e talvolta necessaria seduta psicanalitica. Base è il titolo di una pesantissima e squadrata lastra di cemento che in realtà rappresenta la leggerezza dell’assenza del corpo che è identificabile solo dalla labile traccia che ha lasciato durante il suo passaggio terreno: le impronte delle piante dei piedi, dei palmi delle mani e della testa. Un’opera che nonostante la solidità materica ci conduce in un mondo di pensieri lievi, in cui possiamo immaginare il fluttuare aereo dell’anima finalmente libera dal peso del corpo fisico.
Sum (dal latino “Sono”) è l’opera che incontriamo a destra delle scale, è una bellissima rappresentazione della caducità del corpo fisico e quindi anche della natura umana, è un corpo frammentato e diviso in moduli poliedrici che però visti così indifesi, semplicemente appoggiati a terra sembrano aver perso la precisione geometrica delle altre opere e quindi ispirano un sentimento di benevola identificazione. La fragilità del corpo è ben espressa in altre quattro nuove opere realizzate secondo il principio della “matrice-bolla”, piccoli segmenti metallici che saldati insieme creano delle forme che ricordano l’impalpabilità aerea delle bolle di sapone che si uniscono in una sorta di nuvola antropomorfa apparentemente impalpabile.
Nel giardino della galleria Gormeley ha installato un doppio lavoro in marmo bianco, il materiale tipico della statuaria classica che qui però viene usato per rappresentare l’evoluzione dell’opera d’arte al tempo della riproduzione meccanica serializzata. Il marmo di Carrara è utilizzato dall’artista per rappresentare il corpo umano cristallizzato in perfetti moduli geometrici che ricordano formalmente la struttura fisica del marmo stesso. La mostra esce fisicamente dai confini della galleria per invadere le strade e le piazze di San Gimignano come già era avvenuto nel 2004 quando l’artista realizzò a Poggibonsi il progetto site-specific “Making space, Taking place”. Le statue di Gormely sono mute e, talvolta, disturbanti presenze meccanicamente antropomorfe che ci inducono a riflettere sul ruolo sociale della scultura pubblica in questo nostro affannato mondo moderno che non vuole più eroi. Con Gormeley la scultura da freddo memoriale celebrativo dell’eroismo di un singolo diventa “oggetto sensibile” che può stimolare in molti l’intima presa di coscienza del proprio essere “umani” in relazione allo spazio, al contesto urbano e quindi al tempo.

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