I'll be your mirror, veduta della mostra, Museo Archeologico Santa Scolastica, Bari, 2025
«Santa Scolastica è uno spazio straordinario che ho imparato a conoscere bene. Ho imparato banalmente a rispettarlo senza infingimenti di sorta, senza dover mettermi nella condizione di dover simulare nulla». Parole di Angelo Ceglie, cinefilo, esperto di videoarte e direttore del Bif&Est, che nel Museo Archeologico di Bari, oggi guidato dalla consigliera metropolitana Francesca Bottalico, è di casa. Dopo Museum. Lo spazio che circonda l’opera, Forme del desiderio e Light That Never Goes Out, vi torna con il nuovo progetto espositivo I’ll be your mirror. La mostra, promossa dalla Città Metropolitana di Bari, è visitabile fino al 15 agosto.
Uno spettro caleidoscopico di visioni in cui il curatore rende visibile il confronto tra le arti, in un continuo gioco di riflessi, citazioni e rielaborazioni, confermando nella contaminazione il tratto distintivo della contemporaneità. Distribuita in quattro sezioni, l’esposizione ospita 45 videoinstallazioni che includono gli spazi museali in un’esperienza percettiva, coinvolgendo lo spettatore in un percorso visionario che va da Marcel Duchamp a Nicolas Winding Refn, da Vicky Bennett a Alexander McQueen.
Approfondiamo la mostra con il curatore, in questa intervista.
Il titolo della mostra è una citazione iconica: I’ll Be Your Mirror. In che modo il concetto di “specchio” guida il percorso espositivo e il dialogo tra le opere?
«Il riferimento alla canzone dei Velvet underground non è casuale. L’esposizione articola un percorso che in qualche maniera racconta i linguaggi del contemporaneo attraverso i processi di rielaborazione e di rispecchiamento che sono stati in questi anni messi in atto da giovani artisti con un attitudine non lontana da certi loro colleghi del recente passato. Il rispecchiamento, quindi, come possibilità consapevole di poter tornare a lavorare sulla propria identità culturale e artistica. Ma, esattamente come la canzone di Lou Reed, volevo che tutto questo fosse anche qualcosa di estremamente intimo, semplice, diretto, che in qualche maniera potesse toccare la sensibilità del visitatore».
La mostra mette in scena un fitto intreccio di rimandi, citazioni e omaggi. Quanto questi sono realmente importanti a fini creativi e quanto rischiano di esaurire in sé il loro compito?
«Il rimando, la citazione, l’omaggio sono tutte opportunità: per l’artista, di tornare a mettere in scena una storia già raccontata caricandola di nuove consapevolezze, per lo spettatore, anche il più sprovveduto, di comprendere come tutto questo sia parte di una tradizione».
Molti artisti presenti nel percorso si confrontano con figure iconiche del passato, da Duchamp a Bergman. Che tipo di “memoria” artistica costruisce la mostra?
«È la memoria del nostro vissuto visivo. È ciò che abbiamo visto e potremmo tornare a vedere nelle opere che verranno. È una ricerca dei materiali che spesso ignora la finalità originaria per cui sono stati realizzati, che ribalta le classificazioni di genere, dell’alto e del basso, dell’artistico e del commerciale, attraverso accostamenti insoliti e sicuramente “discutibili”».
Curare una mostra di videoarte implica necessariamente una riflessione sul tempo dell’osservazione. Quale pensa sia il modo ottimale di fruire una mostra come I’ll Be Your Mirror?
«Come dice lo stesso Parreno all’interno del contributo in mostra che lo riguarda, ogni visitatore può scegliere liberamente il tempo da dedicare all’esperienza dell’arte. In questa videoinstallazione c’è un numero anche per me imprecisato di ore di proiezione, per cui il suggerimento che io do abitualmente è quello di dedicare maggiore attenzione a ciò che banalmente, durante il percorso, ci incuriosisce, trascurando serenamente il resto».
Secondo lei che posto occupa oggi la videoarte all’interno del sistema dell’arte contemporanea?
«Determinante direi. È il linguaggio, per sua stessa natura, più disponibile alla contaminazione, il più plasmabile. La pratica in particolare del found footage, quando è opera di artisti avveduti, ottiene risultati spesso sorprendenti».
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