Kounellis, l’avventuriero a tutto campo

di - 17 Gennaio 2013

Se si pensa al passato del posto, in un certo senso Jannis Kounellis ne fa rivivere gli odori e l’atmosfera. Lo spazio ora utilizzato dalla galleria Blain/Southern era una vecchia stamperia del quotidiano berlinese Tagesspiege.
Nonostante la considerevole ampiezza – per dimensioni e possibilità installative, somiglia a una Kunsthalle – dal carattere molto forte anche per via del passato post-industriale che trapela dall’architettura, la galleria sembra però quasi ripiegare, saturata come è dalle opere. E sembra anche che non ci sia la possibilità di guardare per intero le imponenti installazioni di Kounellis.
Questa personale (fino al 26 gennaio) si concentra su lavori recenti, alcuni nuovi, e ricchi di materiali e drammaturgia. Risulta un forte contrasto tra la profondità del nero nelle opere di Kounellis e il bianco dello spazio, quasi a evocare il rapporto che sussiste tra il bianco delle pagine di un quotidiano e il nero delle parole impresse dalla stampa. Veicolo di modernità e di cultura, quest’ultimo, vettore delle tensioni latenti all’interno della società contemporanea.
La natura delle opere e l’impianto della mostra confermano il segno forte di Kounellis. Al pianterreno sulla lunga parete di sinistra si staglia un’enorme opera affine ad un pentagramma musicale di grandi dimensioni realizzato con materiali particolari, come tele nere dietro lunghe travi di ferro che calano dall’alto della parete alla cui estremità sono fissati, tramite dei ganci, lunghi coltelli. Il risultato è una composizione a parete che sviluppa un andamento ritmico-formale costante.
Di fronte a quest’opera, sulla parete di destra, si vedono in sequenza tredici lastre di ferro ricoperte da un fitto intreccio di cappotti scuri, a primo impatto molto inquietanti, un’opera presentata in precedenza al Kunstmuseum di Magdeburgo nel 2012. Mentre sulla parte frontale, in fondo alla galleria, un’altra sequenza di sette lastre, più piccole, presenta alcuni cappotti neri aggrovigliati e uniti da corde, appesi ad un gancio di acciaio come carne da macello. Al centro del grande spazio per terra, si trovano sei grandi cerchi fatti di sacchi di iuta ripieni di un cumulo di carbone a vista, e intorno a questi cerchi serpeggia una lunga successione di cappotti.
Salendo le scale al piano superiore e osservando la mostra dall’alto, girando intorno e fermandoci a guardare come dalle poltrone della galleria di un teatro, ci viene data la possibilità di un punto di vista differente. Ma la mostra non finisce qui. Si entra successivamente, varcando la soglia, nell’unica sala al primo piano, quasi in punta di piedi, venendo trasportati nel silenzio più interiore, dove giacciono come corpi ancora caldi, appena impiccati, mobili ciondolanti.
Kounellis, ha esposto diverse volte nella capitale tedesca, ricordiamo fra tutte la sua importante personale nel 2008 alla Neue Nationalgalerie, uno tra gli spazi più belli dell’arte contemporanea progettato dall’architetto Mies van der Rohe, che agli artisti impone un’ardua sfida installativa. Allora Kounellis rinchiuse lo spazio geometrico aperto e visibile anche dal di fuori, grazie alla sua caratteristica di essere in vetro e quindi di non avere chiusure allo sguardo, in un labirinto di ferro: un percorso obbligato e destabilizzante dove nel cammino apparivano pezzi di memoria e future visioni, e dove improvvise scene mantenevano costante il filo della tensione.
Kounellis è nato nel Pireo in Grecia nel 1936, vive in Italia e nel suo continuo viaggiare da un Paese all’altro, dove però parla sempre e solo italiano (Cina compresa), ha sostato per diversi anni anche in Germania. Ognuno dei Paesi dove si è fermato a lungo, vorrebbe attribuirgli la propria nazionalità ma lui è il perfetto esempio di un artista senza confini. Come dice lui: «Noi degli anni Sessanta, siamo una generazione del tardo dopoguerra, abbiamo visto la Germania divisa, abbiamo assistito a cose di grande drammaticità e forse l’uscita dal quadro è maturata in questo clima. Abbiamo verificato per primi la trasparenza dei confini, senza per questo essere nomadi. Io sono un avventuriero, non sono un nomade».
È in corso una personale di Jannis Kounellis anche a Londra, al Parasol Unit, fino al 17 febbraio. Dove sono esposte opere di periodi diversi partendo dagli anni Sessanta, tra cui: Senza titolo (Carboniera) del  1967, Senza titolo (Lastra d’acciaio con treccia) del 1969, proveniente dal Centre George Pompidou di Parigi, e un altro Senza titolo del 1977, formato da un treno elettrico che sale lungo dei binari d’acciaio montati intorno ad una colonna della galleria Parasol e infine lavori più recenti.
Sempre in Gran Bretagna, è proposta un’altra personale dell’artista, al Middlesbrough Institute of Modern Art fino al 10 marzo 2013. Qui in quattro sale, sono in mostra alcune delle opere più rappresentative di Kounellis provenienti dalla collezione Artist Rooms; una parte dei lavori conservati presso la Tate di Londra ed una nuova creazione realizzata ad hoc per il museo di Middlesbrough.

Nasce a Taranto nel 1976, è critico d’arte e curatore indipendente. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università del Salento, si è successivamente specializzata in comunicazione visiva e arte contemporanea a Roma e a Berlino dove ora vive. Ha collaborato con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi privati e pubblici e pubblicato cataloghi di artisti. Collabora da diversi anni con il Centro d’Arte Contemporanea Torrione Passari.

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