LA CALDA ESTATE DI ATENE

di - 19 Luglio 2009
Tutto ha inizio con l’opening della mostra A Guest + A Host = A Ghost, opere dalla collezione della Deste Foundation, curata dall’onnipresente Massimiliano Gioni. Ad anticiparla, una fervida gay-parade organizzata nel tardo pomeriggio in occasione della preview dell’Athens Biennale.
Questa seconda edizione della Biennale, dal titolo Heaven, presenta sei mostre di altrettanti curatori internazionali, installate nei luoghi e negli edifici costruiti per le Olimpiadi nel 2004, in parte in disuso. Qui un complesso percorso espositivo (non sempre leggibile) mescola opere di qualità a opere minori, lavori di artisti storici a interventi di giovani. Il risultato non è sempre all’altezza e la Biennale risulta un po’ affaticata, anche sotto l’aspetto organizzativo e della comunicazione.
Infine, presso il bellissimo Museum of Cycladic Art, la mostra e la premiazione dei finalisti del Deste Prize, che ogni due anni elegge un giovane artista greco emergente.
A questo punto, il “regno” del magnate Dakis Joannou con il suo seguito lascia la città di Atene e si sposta a Hydra. La famiglia Joannou arriva nel piccolo porto dell’isola a bordo dell’ennesimo yacht d’artista. Dopo il primo, commissionato a Jenny Holzer e dal metaforico titolo Protect Me from What I Want, tratto da una delle sue opere più famose, questa seconda mega-imbarcazione chiamata Guilty è stata affidata alla creatività di Jeff Koons.
Gli oltre trecento pellegrini dell’arte arrivati da Atene si ritrovano nella piazzetta al centro di Hydra, invitati a un cena esclusiva, all’ombra di meravigliosi alberi e tipico cibo greco. Qui sono raccolti i più potenti dealer e direttori del mondo dell’arte contemporanea: da Nicholas Serota della Tate alla direttrice del New Museum Lisa Phillips, da Barbara Gladstone a Jeffrey Deitch e Gavin Brown, ai collezionisti Laura Skoler, David Teiger, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo (tra i pochissimi italiani presenti).
Ogni dettaglio sull’evento è tenuto rigorosamente segreto. Si conosce solo il luogo dell’appuntamento, previsto per l’indomani (il 16 giugno) sulla scogliera, nei pressi di un vecchio macello abbandonato, all’alba. Come ironicamente afferma Deitch, “solo Matthew Barney è capace di far alzare il mondo dell’arte newyorkese alle 5 del mattino”.
A circa mezz’ora di cammino dal porto di Hydra ci si trova su un promontorio che abbraccia una piccola cala. Puntualmente alle 6 ha inizio l’evento Blood of Two. Una barca da pesca si avvicina. Una coppia di sommozzatori si tuffa in mare (qualcuno si domanda se sono Barney e Peyton). Dalla barca, una gru cala un gancio e i sommozzatori iniziano a issare una sorta di sarcofago. Si tratta di un’affascinante oggetto/scultura in bronzo disegnato da Matthew Barney, contenente disegni di Elizabeth Peyton, affondato nel mare di Hydra tre mesi prima. A seguire viene issato il cadavere di uno squalo.
Il rituale inizia con la messa a terra della “vetrina/sarcofago”, pesante circa 500 chili. Un gruppo di forzuti uomini dell’isola porta a spalle la pesantissima reliquia, zigzagando fra le strette viuzze del promontorio. Nel frattempo, un gregge di montoni (altro animale sacrificale) viene disperso tra la folla. La processione prosegue fino al vecchio macello, luogo acquisito dalla Deste Foundation per i propri eventi estivi. L’intera scena appare come un film surrealista di Luis Buñuel, o un iperralistico spettacolo ai bordi del Mediterraneo.

Arrivati all’edificio, il coperchio del “sarcofago” viene aperto. L’acqua scorre lungo le canaline in cui un tempo defluiva il sangue degli animali sacrificati al macello. I tenui e stilizzati disegni di Peyton iniziano a ravvivarsi mano a mano che la carta si asciuga. La scultura di Barney è intrecciata con alghe e intaccata da crostacei marini. Qualcuno suggerisce: “La natura ha fatto la vera opera d’arte”…
Il cerimoniale volge al termine. È un omaggio alle tradizioni e ai riti che hanno reso famosa nei secoli questa piccola isola. È un omaggio alla proverbiale ospitalità greca e al collezionista Joannou. Ma è anche la cerimonia delle celebrità, e qualcuno sussurra che “l’arte newyorkese è morta e sepolta e che questo evento ne è la prova”. A chiusura, un’“ultima cena” con la tavolata più lunga mai vista, per gustare le carni dello squalo messe alla brace.
Di ritorno ad Atene, l’atmosfera vagamente “mortifera e sacrificale” che si è respirata sull’isola di Hydra svanisce immediatamente. Il caos della città, lo smog, il traffico riportano in un istante al risveglio dall’incanto.

Assai più vivace e vitale, probabilmente l’evento meglio riuscito in questa quattro-giorni ateniese è ReMap, progetto ideato e realizzato dal costruttore Iasson Tsakonas, che ha acquisito l’intero vecchio quartiere di Kerameikos – luogo malfamato di prostituzione e delinquenza – e lo ha trasformato in un hub creativo. Qui decine di gallerie, centri culturali, associazioni e singoli artisti si sono trasferiti e durante l’estate organizzano eventi, mostre e performance nelle vecchie abitazioni ancora da restaurare.
Dal momento che “è il pubblico che si espone all’arte, e non viceversa“, come affermava Gino de Dominicis, in questa calda estate ateniese una spremuta fresca può aiutare a risanare dall’impensabile e dall’indicibile.

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claudia zanfi


www.athensbiennial.org
www.deste.gr
www.remapkm.com

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