La languida durezza di Louise Bourgeois

di - 5 Giugno 2017
Quando di un artista si conosce l’intento oltre all’opera, se ne è appresa la spinta oltre al gusto, la voglia di un’impresa che si impone più del talento, parlarne, talvolta, equivale a fare biografia. Un rischio che affrontiamo anche per Louise Bourgeois, figura dura dell’arte contemporanea, articolata da una serie di complicanze che l’hanno resa sempre, per tutti gli anni della sua carriera, un soggetto parlante all’intimità, ai nascosti e familiari dolori.
“Voyages Without a Destination”, titolo della retrospettiva allo Studio Trisorio di Napoli, si sforza di celebrare gli aspetti più significativi della sua produzione, quello stimolo in particolare che ha reso la scultrice francese una loquace, puntuale narratrice delle proprie storie. In mostra, quattro sculture in bronzo e trentaquattro disegni, di cui molti inediti, realizzati nel lungo periodo tra 1940 e 2009, che ne raccolgono la poetica, sempre sostenuta da una granitica volontà di inizio. Incipienti sono le sue opere, esplicative di una dinamica di dolore che è già avvenuta e che l’artista ha la forza e la pazienza, ogni volta, di considerare conclusa, almeno nella finzione artistica, affidandola così alla rappresentazione, alla messa in scena.
È una durezza, quella di Bourgeois, che appare luttuosa, come quella che si costruisce intorno a certe persone quando hanno perduto qualcuno. È una ruvida scorza in cui langue il negativo con tutti i suoi aspetti più insopportabili, compreso il gusto per l’immobilità, l’ostinata voglia di affondare completamente in quel male. You Are My Favourite Monster (2005) testimonia proprio questa poetica dell’affondo, l’anomalia che si ingaggia quando, avvenuta una rottura, la mente si avvale di tutte le proprie facoltà, immense, per restare esattamente dov’è, nel punto in cui il dolore è avvenuto.
La biografia della Bourgeois, scomparsa nel 2010 a 98 anni, diventa qui imprescindibile seppure di nessun interesse riguardo ai dettagli. La fetta enorme di esperienze che l’artista concede è infatti un totem irremovibile, un pesante lascito che non si può ignorare, nel quale poi si scorge un rimosso, un aspetto ancor più abissale che aggiunge fascino e mistero a opere che già gridano dolore. Breasts (2008) resta in tal senso uno dei disegni più espliciti: i seni che, sanguinando, colano gouache, suggeriscono una frattura carnale, una visione anatomica della perdita e di tutte le altre cose che sono accadute.
Dunque si sfugge alla biografia per poi ritornare a essa ma senza interrogarla, senza il pungolo della curiosità. Del resto, una costante nelle sue opere è senz’altro l’irremovibile, la durezza appunto, un’astuzia che domina la mente e le impedisce di dimenticare: sembra, in lei più che in altri artisti naturalmente legati al proprio passato, che certi eventi abbiano posto un imprinting, dando una forma tanto definita quanto nulla. L’infanzia è presente nella maniera volatile di certi romanzi d’eccezione, nel modo semplice di Natalia Ginzburg, in cui la forma femminile delle parole è, come solo raramente accade, un valore aggiunto. È, in effetti, un lessico famigliare, quello che l’artista adotta con naturalezza, ereditando dalla figura materna, forse, un sentire grintoso della propria femminilità, che non è colpevole di nulla e non si scusa come per essere il ricevente inappagato di qualcosa.
Intimamente femminista, la Bourgeois rivela sua madre come la vera pietra miliare di se stessa, descrivendone il lavoro di cucitrice di arazzi – a lei è dedicata Maman, straordinaria installazione raffigurante un ragno, fiera bestiolina legata proprio a quel lavoro di tessitura – il cui ruolo era quello di ricoprire i genitali dei nudi rappresentati, con decorazioni floreali. È un principio di astrazione, questo, dal senso comune che si attribuisce altrimenti al sesso, che l’artista ha appreso in un modo quasi involontario. Autrice di opere simboliche e ironiche come Fillette e The Destruction of the Father, Louise Bourgeois – più vicina a grandi scrittrici italiane come Elsa Morante, madrine di quel biografismo volatile, che non alle più note giornaliste e militanti, dalla Serao alla Fallaci – appare, nell’omaggio di Studio Trisorio, una figura assolutamente impositiva.
Il film The Spider, The Mistress and The Tangerine (2008), proiettato al Museo Madre per l’occasione, conferma questa sensazione, sottolineata poi nella terza parte di questa esposizione che prevede un’appendice presso il Museo di Capodimonte, che già nel 2008 aveva ospitato l’artista, ottenendone importanti opere in collezione permanente (Fallen woman e Give or take). Questa volta, si tratta di Femme couteau (2002, in home page), la donna coltello, per la prima volta esposta in Italia, in dialogo con il Martirio di Sant’Agata di Francesco Guarino.
In questo triplice omaggio, che mette in mostra la capacità comunicativa della sua poetica, i lavori appaiono nel loro complesso viluppo simile alle strade e, di tale groviglio, l’artista afferra ogni parte, le magnifiche possibilità e il fondo avverso.
Elvira Buonocore

Nata a Pagani nel 1989, si forma come autrice parallelamente a una intensa esperienza di recitazione. Forte di una formazione classica, si muove poi al di fuori di un preciso percorso accademico, frequentando laboratori e stage di recitazione e scrittura teatrale. È parte della compagnia Teatro Grimaldello, per cui realizza testi e adattamenti. Collabora a progetti curatoriali.

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