La scultura? è alternativa al nostro corpo

di - 11 Giugno 2015
È una mostra importante, inaspettata nella sua solidità strutturale e nella sua complessità formale, quella di Enrico David in corso alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia (fino al 18 ottobre). Classe 1966, marchigiano di origine, David lavora tra Londra e Ancona muovendosi in una dimensione di sperimentazione e sviluppo che bene oscilla fra tradizione e innovazione, tra sedimentazione e ricerca. E questa è una mostra nella quale l’artista sembra aver ben definito, nel bilanciamento tra manipolazione e segno, tra colore e forma, una strada caratterizzata e riconoscibile che evoca libertà d’azione e casualità calcolata dentro di una mise en scene che è complementare alla forza espressiva delle singole opere.
Un grande dipinto che sfuoca la sua figuratività, distaccato dal muro perché sorretto da strutture metalliche verticali, ci introduce alle Unfinished figures la parte più tradizionalmente scultorea della mostra. Tra queste la scultura centrale è allungata e sospesa nello spazio, quasi dimentica della sua energia terrena: un corpo sfilacciato e sfuggito alla forza di gravità nel quale la tensione vitale è trasformata in una materia espressiva esasperata.
Accanto interagisce un’altra scultura che è quasi un disegno, un altorilievo incastrato in un reticolato che si solleva dal suolo come l’evocazione di una rovina. Nella sala oscurata, immersa in una luce intima che suggerisce uno spazio mentale dilatato, s’incontrano infine altre due sculture rivestite in gesmonite, un materiale più leggero ma più duro e resistente del gesso che David leviga, dipinge e manipola secondo quel processo di trasformazione evocativa che è una delle dimensioni più incisive della sua ricerca. «M’interessa molto la corporalità degli oggetti – spiega l’artista – e mi piace prestare attenzione alla materia, guardarla ancora prima di toccarla. Ho un rapporto molto disinibito con il toccare che mi viene da una genetica familiare. Pensare e fare le cose con la materia è per me qualcosa di spontaneo, mi piace celebrarne le qualità, a volte usarla anche erroneamente, ma con rispetto».
Nell’insieme la mostra, in un’atmosfera carica di una tensione intima e coinvolgente, si compone di una narrazione quasi teatrale. Un tableau dove le sculture giocano, in completa autonomia, scene a-temporali distinte. Una corale nella quale la forma umana e la sua corporeità appare e scompare, si nega e si evoca in una frammentarietà di forme e tensioni di cui la materia e la sua manipolazione sono traiettoria e desiderio.
Solo l’analisi più ravvicinata dei singoli lavori, interni alla costruzione di una scena articolata, permette di evidenziare alcune fra le caratteristiche del lavoro di David che si compone della flessibilità apparentemente naturale con la quale mescola pittura, scultura e installazione, l’impiego di tecniche artigianali tradizionali, la sperimentazione di nuovi materiali e la trasformazione di oggetti altri. Ciò insieme alla capacità di muoversi in totale libertà tra suggestioni e mondi completamente diversi, dalla moda al design, dall’arte alla pubblicità, dall’artigianato all’arte popolare. La materia che ne deriva è una ragnatela di oggetti emozionali che oscillano tra frammenti di umanità e memorie quotidiane e di cui il disegno e la sua natura di origine sembra essere elemento centrale. «Non so se mi piace disegnare. È come una seconda natura, ma non mi ritengo un bravo disegnatore, forse è per questo motivo che continuo a trasformare i miei disegni. Ma il disegno è per me come il punto di partenza. È un portale, qualcosa in cui credo», aggiunge David.
In questo tableau sospeso, fatto di una materia misteriosamente accarezzata, sono altre parole rubate a David al termine dell’inaugurazione che appaiono rivelatrici ed enigmatiche insieme: «Questa è una mostra che ha prevalentemente a che fare con la scultura, che è quello che sto facendo di più in questo momento. La scultura è un po’ l’alternativa al nostro corpo e alla nostra esistenza e mi piace che sia approssimativa alla nostra dimensione, alla nostra scala. È un po’ come un doppio, ci fa competizione, sta tra noi e lo spazio che potenzialmente potrebbe essere del nostro corpo. Noi facciamo le sculture e poi dobbiamo venirci a patti, negoziare con loro perché divorano il nostro spazio. Per questo devono essere efficaci nel loro diritto a vivere come oggetti che hanno una natura propria».

Laureata e specializzata in storia dell’arte, docente, critica e curatrice. Mi interessa leggere, guardare, scrivere e viaggiare, fare talent scout, ascoltare gli artisti che si raccontano, seguire progetti e mostre, visitare musei e spazi alternativi, intrecciare le discipline e le generazioni, raggiungere missions impossible. Fondo e dirigo Contemporary Locus.

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