L’arte d’incontrarsi e altre storie

di - 22 Maggio 2013

In qualunque dibattito che anche solo lambisca la questione lavoro, si ripete sempre lo stesso concetto: scarseggia, a volte bisogna inventarlo, quasi sempre è qualcosa di molto vago. Sembrano così lontani i tempi in cui il lavoro c’era e si divideva tra quello di concetto dei colletti bianchi e quello manuale delle tute blu. In Italia, esempio paradigmatico è la Fiat degli anni Settanta-Ottanta, quella degli scioperi infuocati che hanno segnato un’epoca e finito per avvicinare almeno un po’ il linguaggio formale di quelli che erano i due rovesci della stessa medaglia.
Acqua (non del tutto) passata che ha affascinato la concettual-pratica Julieta Aranda (Città del Messico, 1975), fino al 30 giugno a Villa Croce di Genova con la perspicacia di chi rilegge contrapposizioni sociali d’antan in modo compiuto, logico e soprattutto attualizzato all’oggi.

I lavori dell’artista messicana sono informazioni mirate da decodificare, spesso molto basilari: una camicia bianca, che fa tanto uomo in carriera, in realtà scava tra le storie dei colletti bianchi, rigida nelle pieghe di una sgualcitura molto poco bon ton; e così si presenta anche un cubo in plexiglass che contiene (e smuove utilizzando aria compressa) pagine di libri ridotte in una sabbia polverosa, stantia quanto la fantascienza pre 2007 contenuta in quelle ex-pagine.
Nella mostra If a body meet a body (intenzionalmente scorretto, citazione de Il giovane Holden di JD Salinger e in cui la frase “if a body meet a body” diventa “if a body catch a body”), le individualità corpo-sociali s’incontrano per alimentare una costante divisione tra azione di pensiero e azione di gesto, tuttavia all’interno di un percorso espositivo che intuitivamente mostra poca coerenza. In tale contesto la seconda sala è un nodo centrale per aprire il campo a diversi punti chiave della teoria arandiana:
– La testa: semitrasparente ritratta nella fotografia che dà il titolo all’intera mostra, avvolta in una polvere cartacea screziata di rosso, come a ricreare un’esplosione di pensiero lavico.
– Le mani: sono in gesso, spuntano dal pavimento appoggiate con precisione sulle piastrelle antracite creando un quadrato di sedici mani, ognuna con una gestualità differentemente espressiva.
– La divisa: speculare alla camicia, anche in questo caso irrigidita dall’indurente per tessuti, tuttavia stavolta autentica casacca nel più ovvio e proletario blu (tuta).

E poi c’è la spessa corda, sfilacciata all’estremità per mettere in mostra l’intreccio che ne fa un unico prodotto; divisione dell’unità fisica di un oggetto a sua volta separato simbolicamente in due parti, che continua nella sala a fianco, oltre il muro dove si scopre il suo termine in un nodo scorsoio intinto di vernice blu. Un volgarissimo e minaccioso cappio.
È quindi sempre più chiaro che, sezionato col metodo Aranda, il corpo in quanto insieme unico non esiste più: ci sono le mani che producono materia tangibile, ci sono teste pensanti che ipoteticamente potrebbero entrare nel cappio (ideale divisorio testa/corpo) o risolvere il rompicapo più classico, un grande cruciverba nel quale le parole sono idee impossibili perché puntualmente interrotte. Lemmi divenuti assurdi, in uno schema che è tutto un nonsenso, poiché crolla l’impostazione razionale a causa delle linee sommessamente fuoriuscite dal suo perimetro.
Finora solo invocata, la testa compare poggiata a terra e colata di silicone blu, mix di generi che si propone come un feticcio a sé stante; il corpo, al contrario, è una massificazione di gruppo (o quasi) dichiarata dalle statuette acefale accumulate sopra una mensola, lavoratori ai quali la polvere infiltratasi negli interstizi impone l’appartenenza ad un tempo ormai passato.

Piace che in questo ideale smembramento a più livelli si sia deciso d’includere alcune sculture (teste) appartenenti alla collezione permanente di Villa Croce (gli autori sono Morra, Galletti e Micheletti); piace perché l’artista ha formulato qualcosa di sintatticamente valido, una folla di volti disposti su piedistalli bianchi e blu (scelta cromatica finemente in tema, anche i dettagli contano), inseriti con totale pertinenza nel complesso del discorso e nel video What right.
Molto strutturata la sala riservata a Tools for infinite monkeys, piena di lettere in vinile applicate alle pareti. Citando un esperimento inglese effettuato sulle scimmie, l’installazione istituisce una scissione diretta tra la matita appesa e la macchina per  scrivere (gradita ai suddetti primati, che ne hanno tratto i testi a parete), nonché – di conseguenza – tra una scrittura di gesto personale e una scrittura di puro concetto, meccanicizzata e spersonalizzata nella sua forma. L’apice dell’istallazione è lo specchio posato in terra, componente cruciale in cui sono sovrascritte tutte le righe a muro: le scimmie sono o non sono parenti di tutto il genere umano, comprese le persone che in quello specchio si riflettono? Proprio come loro, anche l’uomo è costantemente chiamato a scegliere e a interagire fra mezzi e azioni che comportano relazioni e risultati differenti, spesso imprevedibili. Come in un esperimento senza fine. Bel colpo Julieta!

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