L’arte non è una zona franca

di - 9 Marzo 2015
“Too early, too late” è il titolo premonitore della mostra curata da Marco Scotini, di scena alla Pinacoteca Nazionale di Bologna fino al 12 aprile. Perché premonitore? Perché  una terribile coincidenza lo collega al 7 Gennaio, omicidio dei redattori di Charlie Hebdo e al 27 Febbraio, quando l’Is ha “ammazzato” le statue del Museo Mosul, la traccia più straordinaria dell’origine delle civiltà e in particolare della cultura assiro babilonese. E questa mostra è dedicata a una selezione di artisti che provengono dal complesso e stratificato mondo orientale o mussulmano (Afghanistan, Iran, Palestina, Libano, Uzbekistan, Turchia, Siria, Algeria, Kyrgyzstan, Iraq, Egitto, Arabia Saudita, Georgia, Israele). “Troppo presto / troppo tardi”, “Nemo, propheta in patria” sono proverbi tipici per l’arte.
Il panorama delle opere, scelte da Scotini da varie collezioni italiane, testimonia la tempestività nel riconoscimento e la condizione globale. La maggioranza degli artisti ha lasciato il Paese di provenienza e vive in Europa o in America, nelle città-guida  della ricerca contemporanea. Da un lato evoca la difficoltà di libera espressione nei Paesi da dove provengono; dall’altro risponde alle regole del sistema dell’arte contemporanea, che ha i suoi centri di potere a New York, Londra, Berlino, Parigi, Bruxelles, Amsterdam.

La mostra raccoglie un panorama che partecipa a tutto tondo ai linguaggi artistici attuali, ma, come abbiamo visto fin dalle prime apparizioni (circa 25 anni fa) di artisti divergenti dall’idea della centralità del mondo occidentale, in ognuno forte è  la decisione di raccontare contraddizioni e intuizioni legati al proprio Paese.
Il fatto che usino una struttura emotivo-concettuale abbondantemente diffusa, facilita la comprensione e mette ancor più in evidenza la necessità di uscire da concetti romantici dell’Orientalismo, modificando il metodo di ascolto per affrontare le terribili coincidenze attuali.
La spiritualità dell’arte, mai come ora, non ha che fare con la libertà di religione, ovviamente non eliminabile, ma al quotidiano confronto con l’altro da sé.
È un grande sforzo perché non basta trasferire una propria attitudine democratica alle visioni degli altri, bisogna radicalmente cambiare il concetto di universale nella Conoscenza, nell’Arte, nei rapporti sociali, individuali. Guardare l’inaccettabile che sta dentro di noi.
In questa mostra non ci sono opere con una simbologia così inusuale da scalzare la sedimentazione visiva a cui siamo abituati, anzi ci fa vedere come la grande pittura del Trecento Bolognese sia uno sfondo plausibile in cui inserire immagini di altre culture e religioni. È il caso del bellissimo film di animazione Cabaret Crusades, 2010, di Wael Shawky (nato a Alessandria d’Egitto, dove vive). Racconta la storia che ha sconvolto il mondo (iniziata con la Prima Crociata del 1095 e proseguita oltre il 1300) per sancire il potere cristiano in quello che allora era ritenuto il centro del mondo. Queste bellissime marionette offrono il punto di vista del “nemico” che, per “involontario risarcimento”, si colloca tra gli affreschi storici della religione cristiana trionfante.

L’arte può compiere questa mediazione impossibile? Gli “statuicidi” di Mosul, come quelli dei Buddha di Bamyan nel 2001 da parte dei Talebani, ci dicono che la pax artistica, non è praticabile, fuori dal circuito protetto del sistema contemporaneo. La domanda sulla condivisione culturale, artistica rimbalza come una palla di gomma tra stereotipi vecchi e nuovi. A partire, dall’idea di un Medioevo un arcaico, votato alla sopravvivenza e alla Guerra Santa, peraltro già messa in discussione dalla storiografia e da Erwin Panofsky nel suo celebre Rinascimento e rinascenze. L’impero Bizantino ha salvato la tragedia greca, portentosamente trascritta durante la dinastia Macedone. Allo scambio con la cultura araba nell’Europa Mediterranea, si deve la conoscenza dello zodiaco, nozioni mediche e letterarie. Ma, pur in forma abbreviata, l’emozione del passato trascina una reazione apocalittica in cui la distruzione delle immagini sembra una “logica conseguenza”.
Il cortocircuito con la sconsiderata pretesa di esportare la democrazia in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ha poi azzerato il rapporto con lo sguardo dell’altro da sé, che trova collocazione in questa mostra. Mette a contatto la storia reale concreta della cultura italiana e la possibile accoglienza dell’altro tra i suoi edifici. L’esilio culturale, a cui sono chiamati alcuni di questi artisti come altri occidentali, può essere un’esperienza di condivisione? Guardare il mondo attraverso gli occhi di chi vive altrove, di chi proviene altre culture e religioni è un dato di fatto?

Alberto Savinio aveva scritto un libro dal titolo, Narrate uomini le vostre storie: perché questo non avvenga troppo presto, e quindi influisca poco nello sguardo mentale, metaforico e reale; né troppo tardi e quindi si resti sopraffatti dagli eventi senza aiuto per interpretarli, bisogna avviare un diverso sistema di reciprocità senza dare per scontato che l’arte sia una zona franca.
Il video, Twenty eight nights: endnote, 2014, di Akram Zaatari  (Libano, vive a Beirut) mostra un vecchio e un giovane che leggono insieme uno schermo di un computer. Le generazioni si alleano nella conoscenza e forse nella vita. Uno sguardo condiviso che ci racconta storie che dobbiamo imparare a narrare.
Altrettanto incisiva è Repair, Culture Agency #7, 2014, di Kader Attia, ( Dugny – Francia, vive tra Berlino e Algeri). Un’antica maschera, del gruppo etnico congolese Lega, è abbinata al busto di marmo di un soldato della prima guerra mondiale, sfigurato dalle ferite, comunemente chiamate broken faces. Mentre la maschera congolese ha la funzione di allontanare la malattia e la violenza.

È impressionante l’analogia espressiva tra questi due volti: nelle guerre ci sono eroi che perdono la maschera, mente ad altri viene sfigurata la maschera interna. Attia mette in comunicazione culture separate e fa vedere il nodo cruciale della violenza non omologabile. Sanare le ferite e ricostruire le proprie maschere ha bisogno di accettare lo sguardo sfigurato dell’altro.
Come fare? Seguiamo Etel Adnan (Beirut, 1925, vive tra Parigi e Sausalito –California), Untitled, 2013. Blu fondo, verde, giallo, rosso scuro, arancio sono agglomerati in geografie urbane. In quelle luci, in quei solidi geometrici, stretti gli uni agli altri appare la passione profonda per la terra d’origine, le esperienze affettive e culturali che danno colore all’ esistenza. Accettare che questa passione la provino tutti in modo diverso è il nodo da sciogliere, magari senza tagliarlo unilateralmente, per affrontare “l’iconoclastia politica”, e non quella culturale, che di epoca in epoca ha aggredito le statue del potere, come scrive Silvia Ronchey su Repubblica (28 febbraio 2015).

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