Mamma, mi si è ristretto il gigante!

di - 30 Giugno 2013
«Sembrano respirare le sculture di Ron Mueck!», mormorano i visitatori mentre si aggirano increduli nella Fondation Cartier pour l’art contemporain che invita Ron Mueck (Melbourne, 1958, vive e lavora a Londra) ad esporre di nuovo, dopo il gran successo ottenuto nel 2005 in una mostra che rimane per affluenza di pubblico al primo posto della hit della fondazione. E sono ben nove le sculture proposte, di cui tre create per quest’occasione: Couple under an Umbrella, Woman with Shopping e Young People. Si tratta della più completa e quanto mai attuale tra le mostre dello scultore australiano che, vista la mole di lavoro, impiega mesi e mesi per realizzare una sola scultura, e a Parigi è la prima volta che espone così tante opere insieme.
Chi non ricorda Boy, del 1999? Un ragazzo in shorts accovacciato, ma in realtà un gigante di ben cinque metri, che dava il benvenuto con quella sua espressione enigmatica all’Arsenale per la 49° Biennale di Venezia. Ora, invece, dopo averci abituati perlopiù a opere giganti, Ron Mueck vira in altra direzione e realizza delle superbe sculture che non superano un metro di altezza. Più accessibili in un certo senso, ma comunque perturbanti, perché il tratto comune di questa nuova produzione è l’indefinibile emozionalità che si origina dalla veridicità delle forme e della pelle. Come in Woman with sticks (2009), quasi un archetipo: bella, toccante, irreale, e di poco più di un metro, il cui corpo robusto sembra schiacciato dal peso di un fascio di legna che abbraccia energicamente. Rivestita dalle sole pieghe della pelle, inclina la testa regalando movimento ad una folta chioma bruna raccolta a coda.
Ron Mueck gioca quindi stavolta con l’effetto di lontananza, in cui il grande diventa piccolo e viceversa, invitando lo spettatore a ribaltare i piani prospettici, come in Drift (2009), dove un uomo in costume da bagno, sdraiato con le braccia aperte su un materassino di gomma, illuminato da una luce ad occhio di bue, è appeso ad una parete azzurra che fa pensare a Cristo in croce.
Ma protagonista delle sculture di Ron Mueck non sono le persone, bensì l’irriducibile iperrealismo su cui lavora, che lo spinge a scavare sempre più nelle forme umane che, dopo un arduo lavoro di laboratorio, ricopre di una sofisticata materia in silicone, identica alla pelle e così reale da farla accapponare a chi la scruta. Impossibile rimanere indifferenti, ci si perde ad osservare il particolare, rimanendo catturati dall’espressione di questi strani personaggi, spesso attraversata da una drammaticità che abita il quotidiano, la vita e i gesti di tutti i giorni e che l’iperrealismo esalta senza vie di scampo. Un risultato prodigioso che racconta l’ossessione del dettaglio, dai globi oculari con tanto di iride e venuzze racchiusi in sfere di Perspex, alle venature, la peluria, le rughe, le unghie curatissime. Tutto è pulito e senza tracce di sporcizia, così come per gli abiti, le scarpe, i capelli, le facce e le mani che restituiscono momenti banali, istantanee di sentimenti discreti e mai spettacolari e proprio per questo inquietanti: potremmo essere noi, sorpresi in un momento qualsiasi, come fu per la gigantesca dormiente al suo risveglio e già con la preoccupazione del giorno che l’aspettava percepibile sul volto, o nell’accidia di Big man nudo, con cui anni fa Jean Clair chiuse la sua celebre mostra sulla “Melancholia”.
Un realismo maggiormente marcato nelle opere recenti, in cui l’artista si prodiga più sulle coppie e sul tatto che sui personaggi solitari. Vedi Couple under an Umbrella, una coppia di tenerissimi anziani in costume da bagno, due giganti (stavolta) di tre metri che occupano un’intera sala. Lui allungato che afferra il braccio di lei come per aggrapparsi, poggia il capo sulla gamba della donna che se ne sta seduta sotto un coloratissimo ombrellone. Ma anche Young Couple, una giovane coppia di dimensioni lillipuziane, in cui lui sembra sussurrare qualcosa a lei, mentre la parte posteriore della scultura nasconde una stretta di mano quanto mai enigmatica. Infine, Woman with shopping in cui Mueck riprende il tema della maternità, qui una donna, giovane ma già appassita, avanza sotto il peso della spesa e del neonato che porta fasciato sul petto. Gesti e pose che rimandano ad opere perlopiù classiche vedi Youth, un ragazzo di colore che sollevandosi la maglietta zuppa di sangue scopre una ferita che ha nel costato, citando così l’Incredulità di San Tommaso (1600-1601) di Caravaggio. Ma scopriamo in altre opere anche Ecce Homo (1617) di Gregorio Fernandez, la Ballerina di 14 anni di Edgar Degas, e perché no Leigh Bowery di Lucian Freud in Big Man (2000), in entrambi si palesa la massa corporea senza orpelli solcata da chiaroscuri, anche se in Freud vige l’elemento autobiografico mentre in Mueck l’ispirazione viene da foto o da modelli casuali presi per strada.
Tra le opere presenti troviamo ancora Man in boat e Mask II del 2002, Still Life del 2009, natura morta che rappresenta un pollo spennato di oltre due metri appeso per le zampe evocando l’aviaria, una minaccia inafferrabile e incubo dei nostri tempi, che non a caso è anche il titolo del documentario del fotografo Gautier Deblonde, girato in diciotto mesi nell’atelier dell’artista mentre questo, immerso in un silenzio quasi monastico, lavorava alle tre opere esposte per la prima volta a Parigi. Presentato in loop alla mostra, aperta fino al 29 settembre prossimo.

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