Miart, Milano. Buona la terza

di - 9 Aprile 2015
Vincenzo De Bellis, nella penultima conferenza stampa di avvicinamento a miart a Palazzo Reale, sintomo che quest’anno anche la “politica” milanese sente la fiera come mai era successo prima, aveva dichiarato che questa edizione è la migliore delle ultime da lui dirette. Traino o palla al piede di Expo, con tutte le polemiche che gravano sull’imminente kermesse? Più facile la prima, perché la visibilità che comunque Expo, nel bene e nel male, sta dando a Milano, funziona anche per la fiera.
Vincenzo De Bellis, in ogni caso, ci ha messo del suo. Come abbiamo avuto più volte il modo di riportare, è stato il “santo subito” che ha avuto la capacità di rilanciare una fiera che, dalle sue origini nel 1995, era sempre stata strozzata tra varie difficoltà: un mercato complicato, anche se Milano resta la città con il numero più alto di gallerie in Italia, e la concorrenza di Bologna, Torino, delle vicine fiere europee. Insomma, da questo punto di vista Milano era sempre rimasta a terra. Fino all’arrivo del giovane proveniente dall’esperienza di Peep Hole, no profit che a Milano e non solo ha fatto scuola e che grazie alla collaborazione con professionisti dal curriculum internazionale è riuscito a far fare un balzo in avanti alla fiera. E di quello che sarà quest’anno vi diamo intanto qualche numero, anche se saranno le vendite che – forse già da questa sera – che faranno dire come va davvero.
Il Presidente di Fiera Milano, Michele Perini, parla di una chicca con l’obiettivo di essere per il 50 per cento internazionale, in una modalità di marketing territoriale decisamente sviluppato, a partire dalle 80  fiere che la città offre in un anno. Una grande occasione anche per l’Assessore Filippo Del Corno, che ricorda come miart sia una impresa privata che fa un lavoro pubblico, in grado di creare alleanze.
Insomma, Milano un po’ caput mundi, come ha ricordato anche Franceschini ieri durante la conferenza stampa di “Arts & Foods” in Triennale: dopo Barcellona e Berlino è probabile che la prossima città europea ad avere una leadership trainante per l’arte e la cultura e l’economia legata ad esse possa essere Milano.
Per miart il 2015 non solo è l’anno di Expo, e il compito della fiera in queste ultime edizioni è stato anche quello di traghettare la città verso l’evento, dando importanti segnali di vivacità del mercato. Sono infatti 152 le gallerie in totale, di cui 76 straniere, con un programma di una settimana impossibile da immaginare solo qualche tempo fa: se lunedì è stata appunto la volta di “Arts & Foods” in Triennale e ieri della splendida retrospettiva di Juan Munõz all’HangarBicocca, sabato insieme a Fondazione Catella e Trussardi si aprirà al pubblico Wheatfield, il campo di grano di 4 ettari a Porta Nuova, opera di arte ambientale di Agnes Denes, realizzata in occasione di “Nutrire il pianeta. Energie per la vita” dopo essere stata piantata solo un’altra volta, nel 1982 a Battery Park a New York.
L’impressione, insomma, è che quest’anno la fiera non sia solo dei vecchi padiglioni del Portello, ma della città intera. Ci si era provato, con ottimi risultati, nelle scorse edizioni proprio con la Fondazione Trussardi, che aveva portato al Teatro Arsenale una serie di grandi artisti per quattro serate speciali, nel 2013, e tre notti al Planetario lo scorso anno.
Quest’anno invece dalla scena torinese si importa Club2Club, le serate musicali che accompagneranno anche le aperture straordinarie delle gallerie in città, nel programma “The Spring Awakening”.
«Milano è la città con più gallerie in Italia, quella con più Accademie dedicate all’arte, quella con più artisti viventi radicati sul territorio, e che in passato ha dato i natali a Manzoni, all’arte di Lucio Fontana, a Giò Ponti e a Pietro Portaluppi. La fiera non può dimenticare questa stratificazione e questa ricchezza, e la sezione “Thenow” (che mette a confronto un artista storico e uno giovane n.d.r.) è nata apposta per questo», aveva detto De Bellis.
Eh già, le sezioni: la prima, “Established”, che a sua volta è suddivisa nelle tre sottosezioni “First Step”, “Master” e “Contemporary” e raccoglie più di cento espositori che si occupano di avanguardia; e poi “Emergent”, che raduna giovani artisti provenienti da 19 gallerie internazionali e “Object” che si occupa di presentare oggetti di design contemporaneo, segno evidente del legame con il design, punta di diamante della Milano più internazionale.
Altro punto che la dice lunga sono le 48 partecipazioni anglosassoni, provenienti da Regno Unito e USA: «Aree del mondo che rappresentano il mercato per eccellenza, in Occidente», dice De Bellis. E che se continuano a fare tappa a Milano (nonostante le fiere quasi in contemporanea siano moltissime, dall’Armory di New York solo un mese fa ad Hong Kong, che apre il 22 maggio, dieci giorni dopo un’altra grande fiera newyorchese, Frieze), significa che qualcosa si muove anche a livello di mercato.
E poi, come ogni fiera che si rispetti, ci sono i premi: Emergent, destinato ai migliori artisti emergenti e quello messo in palio dal Rotary Club Milano Brera che, invece, sceglierà la migliore opera da donare al futuro (sempre più futuro) museo di arte contemporanea della città. Si, su questo le discussioni sono state continue anche in passato, e per ora tralasciamo, anche perché il programma esterno oggi – come abbiamo già accennato – è di tutto rispetto. Poi il Menabrea Art Prize che quest’anno si è focalizzata sul tema de “L’autoscatto perfetto nell’età del self(ie)-portrai”, proposto dal team curatoriale di CURA e la cui etichetta vincitrice è risultata quella di Gianluca Concialdi, mentre come new entry il Premio Herno, che invece darà un riconoscimento al miglior allestimento espositivo. E su questo chiudiamo con De Bellis: «Bisogna guardare alla qualità, e non per nulla abbiamo istituito un nuovo premio dedicato al migliore layout allestitivo, che non può ovviamente prescindere dalle opere, e anche all’approfondimento, con le sezioni curatoriali e gli stand personali, oltre al fatto che si fa cultura del contemporaneo». Il riferimento? Ovviamente ai miartalks, che in 3 anni hanno portato al cospetto del pubblico oltre 100 tra giornalisti, critici, curatori, architetti, storici dell’arte, designer, collezionisti a raccontare questo mondo e quell’altro dell’arte. Tutto pronto insomma: aspettative alte, e aggiornamenti in corso!

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