Annalaura Di Luggo, Oculus-Spei., Cappella della Sindone, Torino, 2025. Ph. Andrea Guermani per i Musei Reali di Torino
Vi sono luoghi in cui ogni operazione artistica rischia l’insignificanza. Non per ragioni estetiche ma per saturazione simbolica. La Cappella della Sindone a Torino è uno di questi: un edificio in cui la geometria diventa liturgia e la luce è già, di per sé, opera d’arte. Chi vi interviene deve avere piena consapevolezza dello spazio e del tempo: ogni eccesso diventa disturbo, ogni effetto si fa rumore. È per questo che sorprende – e merita di essere detto con chiarezza – la misura con cui Annalaura di Luggo ha concepito Oculus-Spei.
Presentata per la prima volta al Pantheon di Roma nel dicembre 2024 e ora riallestita nella cappella guariniana fino al 26 agosto 2025, l’opera non invade ma occupa. Non interpreta ma osserva. Si presenta come un dispositivo di cinque strutture verticali, ognuna delle quali evoca una soglia simbolica: volti di persone segnate da esperienze di marginalità — disabilità, reclusione, silenzio — si stagliano in trasparenza, attraversati dalla luce naturale che la stessa architettura guida dall’alto. Le tecnologie utilizzate (gesture recognition, tracciamento corporeo, retroilluminazione) non producono stupore ma attenzione. Ed è qui il primo dato rilevante: Oculus-Spei non è una macchina visiva ma una domanda posta allo sguardo.
Annalaura di Luggo lavora da anni con l’iride, intesa non solo come segno identitario ma come paesaggio interiore. Ne ha fatto un atlante visivo e morale, tracciando con coerenza una linea espressiva che ha trovato esiti in progetti come Blind Vision o Napoli Eden, dove l’elemento organico diventa occasione di riflessione sulla condizione umana. In Oculus-Spei tale ricerca si condensa in un gesto di grande sobrietà: nessuna estetizzazione, nessuna retorica dell’inclusione; solo la volontà di lasciare che sia la luce — come accade nel gotico — a restituire forma alla speranza.
La quinta struttura, ispirata al lavoro svolto nel carcere di Rebibbia, è forse la più risolta. Il visitatore si trova circondato da una griglia metallica: presenza fisica, non simulazione. Eppure è proprio in quel recinto che la luce si attiva, non per effetto del tocco ma per il semplice fatto di esserci. Non si tratta di partecipazione, termine ormai svuotato, ma di comparizione. È la presenza stessa che genera immagine, come nell’icona bizantina.
Quel che colpisce, ed è raro nel panorama dell’arte tecnologica contemporanea, è l’assenza di compiacimento. La Di Luggo non si affida alla superficie, non cede all’estetica dell’effimero. Costruisce invece un apparato formale che si misura con l’iconografia cristiana senza emularla. In questo senso, Oculus-Spei è un’opera profondamente laica e profondamente religiosa: non celebra, non predica, ma convoca lo spettatore dentro una soglia che è insieme figurativa e esistenziale.
Si potrebbe obiettare che il linguaggio visivo sia essenziale, quasi elementare. Ma è proprio nell’essenzialità che l’opera trova equilibrio. L’interazione è ridotta al minimo. La struttura visiva è chiara. L’effetto complessivo è quello di un basso continuo: una presenza silente, che accompagna e non disturba. In uno spazio come quello della Cappella della Sindone, dove ogni linea tende all’invisibile, l’opera della Di Luggo ha il merito non comune di non farsi notare prima di essere vista.
Non si tratta, beninteso, di un capolavoro nel senso tradizionale del termine. Ma è un lavoro serio, strutturato, consapevole. E soprattutto, non pretende di risolvere il mistero che il luogo custodisce. Vi si accosta con discrezione, lasciando che la forma, e solo la forma, dica il resto.
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