Nickolas, l’uomo delle stelle

di - 10 Novembre 2014
Ha detto di sé: «Fortunatamente, per me la fotografia non è stata soltanto una professione ma anche un contatto tra le persone – uno strumento per capire la natura umana e fissare, se possibile, il meglio di ciascun individuo». Parole di un fotografo decisamente sopra le righe, testardo ungherese emigrato negli Stati Uniti ai primi del Novecento. Lì è cominciata la sua ascesa verso l’olimpo della fotografia. Nome e cognome: Nickolas Muray (Sezged, 1892; New York, 1965).
Carismatico adulatore dei suoi soggetti, istrionico, sperimentatore, un po’ primo della classe per quella sua capacità di distinguersi dalla massa con trovate da uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto. Fotografo si, ma anche campione di sciabola, e come se non bastasse fascinoso tombeur de femmes, non bellissimo, ma dotato di un espressività maliarda e uno sguardo che fa presa. Così si presenta in un paio di autoritratti dei primi Venti, due tra i tanti fotogrammi che popolano la mostra genovese “Nickolas Muray. Celebrity Portraits” (a cura di Salomon Grimberg, Palazzo Ducale, fino all’8 febbraio 2015); gli anni Venti, “anni ruggenti” del primo dopoguerra, decennio in cui Muray – rampante trentenne – era pronto per diventare uno dei fotografi più richiesti, e i suoi scatti farsi largo tra le pagine delle più quotate riviste.

Miliare il 1921, quando il suo lavoro approda alle pagine di Vanity Fair, rivista un pelo meno “gossippara” di come la conosciamo oggi noi italiani, ma anche all’epoca traboccante di volti noti, tanti dei quali passarono per l’obbiettivo di Muray. Pensare quindi intorno al grande fotografo una retrospettiva come quella di Palazzo Ducale, volta a glorificarne l’attività di ritrattista (che, tra celebrità più o meno note, nel 1929 superava già quota 10.000 scatti), è quasi atto d’ufficio. Passo falso semmai è una palpabile sensazione di aver appesantito il discorso eccedendo su alcune scene, visto che la molto (esageratamente?) lunga infilata di istantanee della prima sala a volte scivola nel letale “effetto noia”, regalando momenti dejà vù che fan venire voglia di una bella sforbiciata. Il consiglio allora è di concentrarsi su quelle davvero accattivanti, che sono pure un buon numero. E magari anche piuttosto insolite, come le mani di Lynn Fontaine in uno scatto del ’31, aperte con una mimica tutta naturale e magistralmente decontestualizzata su fondo nero, o quella in tensione operativa del violinista Joscha Heifetz, anno 1925.

Ritrarre è anche questione di dettagli, soprattutto per un uomo in evidente anticipo sui tempi. A questo punto sarebbe troppo facile parlare di Marilyn Monroe e degli stupendi scatti che la vedono protagonista (cui la mostra dedica un capitolo a parte), primadonna che sembra giocare a far la star avvolta da una super sexy mantilla di pizzo nero; stesso discorso per una scintillante Greta Garbo sorridente a spalle scoperte, protagonista anche in un dittico-studio molto meno charmant, una doppia decontestualizzazione del viso operata ancora una volta su fondale total black. Perché certo, il mutuo scambio tra fotografo e celebrities è stato un toccasana per entrambe le parti, ma l’alto livello professionale di Muray forse lo si comprende meglio a riflettori spenti. La curatela di Grimberg in questo caso “docet”, ed ecco un’anonima bambina con maglioncino infiltrarsi nel mare di star, come una star, con la stessa attenzione al dosaggio di luci e ombre, sguardo dritto verso l’obbiettivo e una restituzione non meno imponente rispetto a quella di una navigata eroina del cinema.
Autentico outsider Monet, i suoi occhi chiarissimi sgranati, la barba lunga; e poi gli scatti nel giardino di Giverny, le architetture di verzura, le ninfee, tutto volutamente ritratto con una passione pittorica – ora impressionista – che accompagnerà Muray per l’intera carriera. Per inciso, i suoi miti/fonte d’ispirazione furono esclusivamente di genere pittorico, a partire da Rembrandt e Vermeer, dai quali è indubbiamente mutuata l’attenzione per un ritratto di resa chiaroscurale avvolgente e iper-volumetrica; ma anche il gusto descrittivo di scene tutto sommato banali inserite in interni specifici, come quella in cui la figlia del fotografo è immortalata seduta nell’atto di allacciarsi le scarpe.
Più e più volte l’opera di Muray ha incrociato temi artistico-pittorici. Non da ultimo in campo pubblicitario, con accenti temporalmente congrui a chi alla fine degli anni Cinquanta c’era. È all’avanguardia pop infatti che il fotografo sembra smaccatamente ammiccare nel comporre una schiera disordinata di flaconi in plastica bianchi, colorati solo da brillanti ombreggiature blu, rosa, rosse e gialle. «Il ritratto era la cosa più facile, anche se il suo intento era la natura morta», dice Grimberg; sarà per questo che tutti gli still life pubblicitari di Muray risultano tanto convincenti? Probabile, ma merito anche di trovate in alcuni casi semplici quanto geniali: una tazza di latte e corn flakes zuccherati, bella piena. Da sola avrebbe detto forse poco, vuoi mettere allora applicare a pioggia tante foto di singoli corn flakes? Collage e tutto prende un altro gusto, per gli occhi e non solo. Fotomontaggio agli albori invece per un morbido filone di pane inserito sull’immagine di spighe giallissime, come dire “dal produttore al consumatore”.
Le trovate pubblicitarie, le dive a colori ritratte con la complessa tecnica carbro, e per finire Frida Kahlo, un amore lungo quasi nove anni. Bisogna ringraziare Muray per aver restituito una Frida meno ieratica e più donna, spontanea come non mai seduta a fianco dell’amico pittore Cavarrubias, lei che con la sigaretta in mano si gira verso l’obbiettivo quasi di soprassalto. Naturale e pienamente sé stessa, così come tutti non potevano fare a meno di essere al cospetto di mister Muray.

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