PERCHÉ LO FAI? PER LA POVERA PATRIA…

di - 30 Settembre 2006

Con tutte le schifezze che ci sono in giro per sentire la musica, questi signori hanno dimostrato di sapere qualcosa in fatto di acustica”. Questi signori sono i costruttori del Teatro San Carlo. E quel signore che li elogia a tre secoli di distanza è Franco Battiato, a Napoli per il concerto di beneficenza in favore del Fai. Altro che auditorium di lusso firmati dalle archistar. Meglio la nobile scatola di legno del Massimo partenopeo, dove il poliedrico catanese giunge accolto dall’amico e conterraneo soprintendente Gioacchino Lanza Tomasi e si esibisce “abbracciato” dalle quinte dell’imminente Flauto Magico firmato William Kentridge.
Ma, per una sera, il pifferaio delle fiabe è proprio lui, il cantore di Gilgamesh, responsabile di un tutto esaurito con pubblico –assicurano gli organizzatori– una volta tanto pagante, al di là della solita caccia all’invito. Del resto, l’evento serve a sostenere le attività del Fondo per l’Ambiente Italiano, che di “schifezze”, purtroppo, in giro per il Belpaese ne vede fin troppe. Sarà per questo che ha deciso di affidare le armi della bellezza e dell’impegno al sofisticato “cavaliere dell’intelletto”, in grado di attrarre consensi eterogenei, trasversali e, invariabilmente, entusiasti.
Già alla seconda canzone è chiaro che sarà un successo. E sarà buffo vedere palchi e platea battere ritmicamente le mani proprio in uno di quei templi dai quali Battiato dice che è giusto “tenere lontana la musica leggera”, inopportuna quanto le schitarrate di quei ragazzini che in Chiesa “trattano Gesù come se fosse un loro cugino o un loro sottoposto”. Per questo, la scaletta viene calibrata sulla “grande duttilità” dei professori d’orchestra (e particolarmente sugli archi) diretti da Carlo Guaitoli, introdotta dalle armonie elettroniche di Roberto Cacciapaglia e cucita dagli interventi poetico-filosofici di Manlio Sgalambro.
Crepuscolare e struggente la prima parte, dedicata alle pene d’amor perduto e a brani “site-specific” (Gestillte Sensucht di Brahams e Oh sweet were di hours di Beethoven, ad esempio), chiusa da La porta dello spavento supremo. Occupa invece la seconda parte la trascinante passeggiata tra le hit storiche, da L’era del cinghiale bianco a E ti vengo a cercare, sicché a quel punto lo spettacolo diventa interattivo, col protagonista sommerso di richieste (la più gettonata? ovviamente La cura). Voce setosa ed aura serafica, ieraticamente assiso nel suo total black, Battiato sigilla il programma ufficiale recuperando Col tempo sai di Leo Ferré, “autore sottovalutato fino all’indecenza”, prima di concedersi ai bis. Né, generoso, si fa scoraggiare dalla pessima abitudine partenopea di abbandonare la poltrona al primo riaccendersi delle luci in sala, né dall’indifferenza con la quale viene accolta la sua richiesta di smorzare le medesime.
E allora via con l’omaggio al genius loci, una soave Era de maggio estratta direttamente dal mazzo di Fleurs, tanto lontana sia dalle “certe cose da tagliarsi le vene” della new wave neomelodica, che da quegli abusi del dialetto che causano “un notevole fastidio esistenziale”. E non sono rose, ma spine, quelle che seguono, perché dalla Prospettiva Nevskij l’animale intriso di spiritualità tibetana, che si nutre di Gurdjeff e dei maestri sufi, arriva dritto dritto al pezzo forte ampiamente annunciato, rimesso in repertorio per “pura provocazione”: Povera patria, canzone “sempre di moda”, che potrebbe essere stata “scritta duemila anni fa”. Ma, nei fatti, eseguita oggi . E anche se “occuparsi di politica e di sociale non va d’accordo con l’arte”, in conferenza stampa Battiato non si sottrae alla polemica impegnata, partendo a testa bassa contro l’amministrazione di George W. Bush, “quella scimmia di presidente” (una citazione di Ermeneutica, da X stratagemmi), “essere involuto incredibilmente posto alla guida di una nazione. Nessuna posa da agitatore, profeta o maitre à penser, ma semplicemente un uso non asservito del cervello, condito da un risvolto ironico quando il Musikanten definisce, naturalmente, “stupendo” il nuovo album, previsto per il prossimo anno, mentre a giorni tornerà dietro la macchina da presa per il suo terzo film da regista, un dialogo teologico intitolato Niente è come sembra.
Di fronte all’ineludibile domanda sull’emergenza Napoli, però, c’è poco da scherzare: “Tutto il Sud vive un bruttissimo momento, fatto di prepotenza, di sopraffazione. Bisogna accettarlo nella tremenda bestialità che sta vivendo questo genere umano”. Un appello alla rassegnazione? Nient’affatto. Piuttosto l’invito a prendere consapevolezza dello stato pietoso di questa Povera patria, immortalata in un contro-inno “sgradevole”e “indigesto”, ma graditissimo agli spettatori, il cui assenso esplode quando il fil di voce intona tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni (e chissà se, nel buio, i battimani non abbia colpito o trovato d’accordo qualche ‘autorità’)… Un gesto, forse, più significativo della scontata standing ovation finale, mentre dentro scrosciano gli applausi e fuori l’acquazzone. Piove, governo…

link correlati
www.fondoambiente.it
www.battiato.it
www.teatrosancarlo.it

anita pepe
concerto visto il 25 settembre 2006

[exibart]

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  • "Deduco da una frase del Vangelo che è meglio un imbianchino di Le Corbusier".

  • per la prima volta non ho sbadigliato o riso a denti stretti o alzato il sopracciglio di fronte a qualche "sfondone" sintattico.. chi ha scritto quest'articolo merita un plauso. Leggero, ma profondo. Puntuale, ma multidirezionale. Bravo/a chiunque tu sia.

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