Pesi massimi e piuma, sul ring di Continua

di - 22 Luglio 2017
La storia la conoscete tutti. Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, sul pianeta di San Gimignano, tre amici amanti dell’arte fondano la Galleria Continua, per dimostrare come le forze dell’arte contemporanea si possano aggregare anche in una piccola cittadina del Chianti. Ventisette anni – e altre tre filiali aperte nel mondo –  si può ormai affermare che sopra le gallerie di Continua – San Gimignano, Pechino, Les Moulins, l’Avana – non tramonta mai il sole (come soleva dire Carlo V, per alcuni Filippo II, del suo impero).
La tripletta di personali che propone la sede di San Gimignano, inaugurate nel sabato di vernice veneziana, presenta due pesi massimi, Antony Gormley e Subodh Gupta, e un peso leggero (almeno per ora), Alejandro Campins.
Tre storie, continenti, stili, medium diversi.
Alejandro Campins, DeclaraciĂłn PĂşblica, 2017, veduta della mostra. Galleria Continua San Gimignano
Le coordinate di Antony Gormley (“Co-ordinate” è il titolo della mostra) sono come sempre quelle del corpo umano, che da riflessione sulla scultura diviene subito inquietudine esistenziale. Molte sono le sculture in mostra, nello stile tipico di Gormley a cui siamo ormai assuefatti, con la volumetria del corpo umano (il suo corpo) tradotta e ridotta in campi di onde, di punti, di linee, di croci dal sapore mondrianiano, o nelle due semplici e spazialmente destabilizzanti coordinate – una verticale e una orizzontale – di Co-ordinate III che ci accoglie all’entrata della galleria (sopra).
Sono sculture con cui Gormley ci parla della relazione tra interno (il nostro interno) e l’ambiente esterno, e anche tra uomo e paesaggio (inteso anche nella sua accezione di genere pittorico) quando le dispone all’aperto – ancora oggi, passeggiando nella vicina Poggibonsi, si ci può imbattere in una delle sette sculture che l’artista installò nel 2004, quando iniziò la collaborazione con la galleria, per il progetto Making Place, Taking Place nell’ambito di “Arte all’Arte”.
Ma il vero coup de théâtre, è proprio il caso di dirlo, è l’installazione allestita nel teatro della Continua – dove un tempo vi era un vecchio cinema – lavoro nuovo di zecca ideato dall’artista inglese nel tentativo di spingere la sua ricerca in nuove direzioni, pur mantenendone la struttura intellettuale: Lost Horizon II (in home page) è una foresta di 4mila corde elastiche (sembra per una lunghezza complessiva di 21 chilometri) tese verticalmente tra volta e pavimento attraverso cui gli spettatori sono invitati a farsi strada. Tolto l’aspetto ludico, comunque prepotente, l’opera è perfettamente coerente con la ricerca di Gormley. Da un lato le corde attraverso cui si procede faticosamente ci ricordano continuamente la esistenzialità del nostro corpo, che lascia muovendosi una traccia nelle vibrazioni provocate negli elastici; dall’altro, interagiamo visivamente con gli altri (corpi) che paiono svanire o apparire a seconda di quante corde si frappongono tra noi e loro (richiamando altre opere dell’autore, come Blind Light del 2007, che giocavano sulla relazione tra i visitatori e sullo svanimento visivo dei corpi). Tocco eccentrico della mostra sono gli strani disegni realizzati a carbone e caseina, Singularity, Cromosphere e Fission.
Subodh Gupta, Long Now, 2017, steel, plaster, found bronze, utensil, wood, oil, 183 (diameter) x 164 (high) inches
La collaborazione di Gupta con Continua, invece, risale al 2001, quando espose per la prima volta in una galleria privata fuori dall’India. La sua dipendenza da pentole, utensili e co. – che l’artista ha elevato a simbolo archetipico della sua cultura natia, e ricombina e assembla nelle più varie guise dopo averli trovati (con la benedizione di Duchamp) –  sul lungo periodo finisce per limitarne sempre di più le possibilità espressive, nonostante la sempre valida efficacia fascinosa di alcune soluzioni come Unknown Treasure, dove un fiotto di utensili è apparentemente versato da un paiolo. Altrove i paioli indiani vengono trasformati in fantasiosi meccanismi futuristici, in White Line ad esempio, soluzione già presentata un anno fa con Birth of a Star, o addirittura in ricettacoli della pietra filosofale (nell’opera che da il titolo alla mostra In this Vessel Lies the Philosopher’s Stone, titolo mutuato dagli scritti del poeta e mistico indiano del XV secolo Kabīr): una pietra filosofale, che scopriamo oggetto mitico comune sia alla cultura occidentale sia a quella indiana, in grado di trasformare le patate in oro nel lavoro Only One Gold (Quiz: chi invece aveva trasformato delle patate in parti del proprio corpo nel 1977, con esiti assolutamente differenti da Gupta?).
Se la poesia del recupero degli oggetti contraddistingue anche From the Earth, orci di terracotta trouvé su cui l’artista interviene plasticamente con del gesso creando mutazioni vagamente inquietanti, altra poesia è quella surreale e metafisica di Long Now, dove un modellino di albero (memore forse del monumentale banyan in acciaio presentato alla NGMA di New Delhi tre anni fa) cui è appeso un piccolo paiolo, illuminato da una lampada/luna e riflesso in uno scuro specchio d’olio evocano un’atmosfera sospesa, favolosa e trasognante.
Alejandro Campins, DeclaraciĂłn PĂşblica, 2017, veduta della mostra. Galleria Continua San Gimignano
La Declaración Pública del giovane cubano Alejandro Campins, consta invece di cinque grandi tele dipinte e un affresco. I soggetti sono delle grandi strutture – teatri, anfiteatri, palchi – costruite a Cuba dal 1959 per ospitare i comizi con cui diffondere il discurso político oficial. Niente presenza umana, niente contesto, ma solo dinosauri architettonici dipinti come se un incombente nulla buio e fangoso stesse per divorarli: private della loro funzione, della loro finalità, queste architetture sono trasformate da Campins in silenziosi ed enigmatici simulacri. La pittura parte da un certo romanticismo alla Friederich, nella stesura del colore alla ricerca di atmosfere scure e indefinite, ed anche nella sensazione di desolazione e abbandono ad un ambiente misterioso e impenetrabile; ma il punto d’arrivo è una sorta di metafisica che ibrida alcune spente e desolate atmosfere urbane di Sironi con elementi presi dal vocabolario surrealista (i sassi dalle ombre lunghe alla Tanguy, per esempio, o le prospettive irrealistiche). Nell’affresco, intitolato emblematicamente Cerimonia – raffigurante l’interno di un teatrino in prospettiva – il pensiero va invece a Giotto attraverso Carrà, evocati stilisticamente nei colori e negli alberi forse in omaggio all’Italia. Campins canta la poesia delle promesse non mantenute, dell’utopia nobile ma destinata a un inesorabile naufragio, proprio in questo momento di estrema inquietudine attraversato da Cuba, la cui recente apertura agli Stati Uniti (tra l’altro da rivedere dopo l’elezione di Trump) potrebbe però portare con sé anche un indebolimento della sua identità culturale.
Mario Finazzi

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