Quando la pittura studia | la materia. | E ne inventa un’altra

di - 16 Maggio 2014

Strano destino, quello dei cinque sensi. Studiati dalla filosofia classica, al centro di accese discussioni tra Illuminismo e Romanticismo, considerati fallaci e condizionabili per antonomasia, sono stati messi definitivamente in crisi dalle teorie sull’antimateria e dai non-luoghi virtuali. Eppure, sempre affidandoci alle sensazioni, continuiamo a rapportarci alle cose, osserviamo il paesaggio naturale, tentando di astrarre l’infinito spazio della mente.
L’arte, come manifestazione percepibile e analizzabile del rapporto tra l’uomo e i mondi, ha sempre espresso il desiderio di andare un po’ più in là di ciò che si vede. Il percorso artistico di Alberto Di Fabio (Avezzano, 1966) ha seguito due correnti parallele e, con la disposizione del ricercatore ma senza rinunciare alla libertà dell’artista, ha segnato le tappe di un viaggio circolare, verso le due dimensioni della conoscenza, quelle del micro e del macrocosmo.

La personale appena inauguratosi a Castel Sant’Elmo di Napoli (a cura di Angela Tecce e Pierpaolo Pancotto, in collaborazione con la Galleria Umberto di Marino, catalogo Maretti editore, fino al 2 giugno) fa da compendio a gran parte della ricerca artistica e sperimentale di Di Fabio e, nelle quattro ampie sale allestite negli ambulacri, sono state esposte opere che vanno dal 1994 – anno della prima collettiva alla Galleria di Lucio Amelio – al 2012. Inoltre, un’installazione di pitture aeree, composta da 14 elementi, è stata sospesa a ridosso dell’ampia vetrata che si apre verso il centro storico e il golfo, separata dall’itinerario espositivo interno, in uno degli ambienti sulla piazza d’armi del Castello. Lavori distanti nel tempo, risultato di un’indagine progressiva, mantengono una coesione interna, come cellule di uno stesso organismo.
«Sono molto legato a Napoli ed esporre a Castel Sant’Elmo è di grande stimolo, mantenere una relazione con il luogo è fondamentale», ha sottolineato l’artista. L’edificio monumentale è il totem di una consapevolezza tecnologica che, dalla collina del Vomero, dialoga con il vulcano, simbolo naturalistico e irrazionale della città. «È un’inchiesta sul sublime, sul rapporto archetipico tra uomo e natura», ha aggiunto Nicoletta Daldanise, autrice di un testo del catalogo.

All’interno della solida struttura, si aprono gallerie di collegamento e rampe di scale, canali di una forza silenziosa che le opere di Di Fabio vogliono stimolare. La riflessione, infatti, si concentra sugli effetti sfuggenti dell’energia insita nelle cose, l’ombra di un movimento caotico che si blocca nell’immagine immediata, sovrapponendo le funzioni dell’arte a quelle della scienza.
Nelle opere risalenti agli anni ’90, si riconoscono, tra sprazzi di colore, i profili delle montagne, simili alle strutture dei minerali, corpi omogenei dalla composizione ben definita. Proseguendo, il punto di vista scava ancor più a fondo, aprendo il campo alle neuroscienze e agli studi quantistici. Le reti neuronali, intricate di sinapsi, diventano mondi complessi, il sistema biologico si svolge in continuità con quello universale, come un’equivalenza di forze. Allora, il segno è controllato e potente, le forme emergono con vivacità e si confondono con lo sfondo. Le esplosioni di colore sulla tela restituiscono una presenza forte perché, oltre il velo del caos, si immagina un ordine immutabile delle cose. L’operazione è sempre strumentale, l’immagine entra in profondità e, quando aumenta la definizione, anche la superficie si espande o si divide, arrivando ad attivare quei meccanismi cinetici che coinvolgono l’osservatore, e ingannano i sensi.
Così, gli esseri umani producono strumenti e culture per aprire la strada della conoscenza. In quest’ottica, l’arte ha ciclicamente esposto, nei suoi materiali e nelle sue forme, tutti i dubbi e le certezze. Oggi, la meccanica quantistica ha portato all’estremo quel dubbio che assillava René Descartes. Siamo tutti sicuri dell’esistenza del nostro pensiero, ma ancora non sappiamo quale domanda porre.

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