Tra arte e vino, fiorisce il paesaggio

di - 25 Settembre 2013

Chi vive in quella parte di basso Piemonte compresa nel “mitico” triangolo Genova-Milano-Torino probabilmente le conoscerà bene. Sono Novi Ligure, Gavi e Serravalle Scrivia, tre località della provincia di Alessandria note anche fuori dei propri confini, la prima soprattutto per il cioccolato, la seconda per il vino, la terza per l’outlet, “oggetto” magari meno aulico rispetto ai primi due, ma che richiama migliaia di avventori nazionali e internazionali a suon di firme planetarie. Che lo si voglia o no “è il progresso baby”, anche questo che insieme alle maggiori opportunità di lavoro, ai maggiori servizi per gli abitanti dell’hinterland, ha portato traffico in quantità e una differente percezione generale del territorio.
Territorio, ergo paesaggio. Se da un lato questa zona di confine tra Piemonte e Liguria si offre come schietta business land e regno dello shopping, dall’altro conserva un’amenità da estasi bucolica: basta percorrere pochi chilometri sopra Serravalle e si riscopre un ambiente dove la calma agreste è fattore assoluto e le colline ritmano da sole l’intero skyline. È in questo contesto iper-scenografico, a cavallo tra i comuni di Gavi e Novi Ligure, che sorge l’azienda agricola La Raia di Giorgio Rossi Cairo, 180 ettari dedicati alla produzione vitivinicola biodinamica, al pascolo e alle coltivazioni.

Campi, stradine sterrate e distese di vitigni autoctoni da cui nascono tre differenti etichette di gavi e due di barbera, elementi tipici di uno spazio che dal giugno scorso è diventato oggetto di riflessione – artistica e filosofica – grazie al progetto “Nel paesaggio”, il primo portato avanti dalla giovanissima Fondazione La Raia assieme ad Irene Crocco, direttore artistico della Fondazione, e Matilde Marzotto Caotorta.

È la stessa Crocco a precisarci come la parola paesaggio indichi in questo caso «un luogo da vivere», quindi aperto ad un rapporto attivo e compartecipato. Un progetto che a suo dire intende far collimare azione (quella artistica) e riflessione (quella filosofica) attraverso una programmazione annuale scandita dall’intervento di un artista e due incontri aperti al pubblico. Riflettere e agire, guardare e finalmente “toccare” ciò che si ha di fronte per interpretarlo con totale libertà, è questa l’espressa richiesta per qualsiasi artista chiamato alla Raia; «artista dimmi la tua» è la formula scelta dalla Crocco, che in più gli chiede di «fare un’esperienza», traendo quindi da ogni lavoro una dimensione soggettiva, anche non necessariamente armonica, che via via andrà ad arricchire e a rendere più vivo e vissuto un territorio così caratteristico.

Padrino “filosofico” del progetto è stato Elio Franzini, docente di Estetica presso l’Università degli Studi di Milano; sua controparte “artistica” lo scultore Remo Salvadori (Cerreto Guidi, 1947), con tre lavori studiati per stazionare permanentemente in loco. Continuo infinito presente è il primo che s’incontra venendo dalla cantina, un grosso anello in acciaio inox posato direttamente sul terreno e ottenuto intrecciando in diretta (nel giorno della presentazione di Fondazione e progetto) 110 metri di cavo. Non un inedito nella produzione di Salvadori e proprio per questo ancor più interessante, poiché posizionato in verticale nella sua prima versione (datata 1985), mentre nella seconda (1997) già dislocato in una più coinvolgente orizzontalità. Sul prato de La Raia la disposizione in piano è particolarmente carismatica, intreccio metallico nell’intreccio fisico-temporale dell’opera stessa col terreno, per un unitarietà complessiva che fa leva anche su dettagli significanti come il diametro dell’anello, pari alla distanza tra i tigli posti in direzione ovest.
L’importanza di una dimensione temporale nel lavoro di Salvadori, sottolineata dagli stessi titoli delle sue opere, è ancor più netta a La Raia, dove il passare delle ore e il relativo variare dell’illuminazione naturale assume tutto un suo peso. Ciò vale particolarmente per le superfici riflettenti che compongono Nel momento, collocato sulla parete sud dell’abitazione di Rossi Cairo. Questo secondo intervento di Salvadori – anch’esso evoluzione di un progetto precedente, anno 1973 – con sedici “formelle” in stagno a tutta altezza concorre a riequilibrare un bisogno di verticalità lasciato precedentemente in sospeso; una verticalità totale, ma che parte comunque ancora “dal basso”, lambendo la terra per slanciarsi verso il cielo, con una gradualità perfettamente ritmata attraverso ogni foglio di metallo inciso, piegato e risolto in un disegno geometrico unico senza mai asportare materia. Avvicinarsi è l’unico modo per non perdere tutte quelle irregolarità nelle piegature che danno la dimensione del lavoro manuale e specificamente momentaneo di Salvadori, ancor più affascinanti se lette in relazione alle prospettive attivo-soggettivo-globali poste dal progetto “Nel paesaggio”.

Vale la pena percorrere un po’ di sterrato per arrivare al site specific Il sabato piantare il cipresso e allo stesso tempo l’arnica, la borragine, l’equiseto, la viola, titolo lungo che si condensa in un piccolo giardino composto dalle succitate essenze – tutte saturnine – posizionate intorno ad una solida vasca di ellissi concentriche in marmo bianco, sinuosamente sagomate per assecondare l’andamento delle colline di sfondo e creare giochi di pendenze a pelo d’acqua. Un invito a contemplare il paesaggio non solo con la vista, poeticamente defilato e in perfetta logica Salvadori per quel suo essere espressione temporale naturalmente soggetta allo scorrere delle stagioni che ne modificherà inevitabilmente l’aspetto complessivo.
Siamo solo ai primi – ma ben piantati – passi di una fondazione che puntando costantemente su nuovi contributi promette di farsi sentire anche in futuro.

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