Giuseppe Abate, Lu Gallu, Altidona, Una boccata d'arte, 2025
Una passeggiata per il borgo e un piccolo aneddoto: «Là ci stava la statua di un galletto, poi lo hanno tolto». Giuseppe Abate stava camminando – nuotando – tra i mattoni in terracotta di Altidona, quasi 4mila anime, nelle Marche. Poi questa storia e subito la curiosità: perché l’hanno tolto? Com’era questo gallo? Che fastidio, che disagio può portare la statua di un galletto, in un paese così tranquillo? Una storia minuscola, che ha portato l’artista a farsi altrettanto piccolo, per entrare nei racconti della gente e nei loro ricordi, con pazienza e dedizione. Il risultato? Un nuovo gallo e una festa per inaugurarlo. Una nuova forma di arte contemporanea, che restituisce invece di scomporre. Il borgo che torna paese e respira.
Il contesto è quello di Una Boccata d’Arte, il progetto portato avanti dalla Fondazione Elpis che da cinque anni porta 20 artisti in 20 borghi delle 20 Regioni del nostro Paese. Lu Gallu, riprendendo le desinenze del dialetto locale, è stato ricostruito, reinterpretato dall’artista e riposizionato sulla cinta muraria con lo sguardo rivolto al mare, come a guardia della cittadina – o pronto a scappare di nuovo.
Non è un intervento artistico «Piovuto dal cielo», afferma la curatrice Matilde Galletti, «Ma è un’occasione conviviale, un progetto di restituzione che si inserisce all’interno del patrimonio del borgo, attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea». «Devo ringraziare innanzitutto Luca Tirabassi – dice l’artista – che mi ha portato in giro per il paese e mi ha raccontato davvero tutto, tra cui, una sera, la storia del gallo qui in Piazza del Belvedere. Era l’aneddoto meno importante di tutti ma mi ha folgorato. È sviluppato in modo diverso dall’originale, con molte decorazioni particolari,ma la sagoma è la stessa, e ho deciso di usare la terracotta perché siamo in mezzo alla terracotta, un fatto storicamente evidente ancora oggi; poi la tradizione dei fornaciai veniva proprio da qui, dalle Marche, quindi ho pensato fosse un tributo necessario».
In terracotta e con un buffo richiamo a galli e galline, sono stati realizzati anche i piatti e le brocche utilizzate per la festa: vino, fronde verdeggianti, un tavolo imbandito e il rumore delle cicale che entra fra una parola e l’altra. Da mangiare? Ovviamente pollo, tra goliardia, rito apotropaico o festa per la nuova (ri)nascita.
Come spiega l’artista, si tratta di un’opera che non solo è cambiata nel tempo ma è cambiata anche perché ha accompagnato un’intensa esperienza personale: Abate è entrato in contatto con il borgo, con chi lo vive e l’ha vissuto. E ci ha – lo ha – vissuto pure lui, interpretando quegli aneddoti come la sua storia personale, e restituendo alla cittadinanza – i suoi compaesani – un’opera che in fondo ha restituito anche a se stesso.
«Per alcuni abitanti è un’opera provocatoria, e questo aspetto l’ho trovato molto divertente, perché spesso ho realizzato opere volutamente provocatorie, e per questa non mi è venuto in mente affatto. Finita l’esposizione, decideranno gli altidonesi cosa farne». Evviva le piccole storie.
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