Un taglio | per andare oltre la tela

di - 30 Giugno 2014
Dopo venticinque anni dalla mostra al Centre Pompidou, Lucio Fontana (1899, Rosario, Argentina – Comabbio, 1968) torna a Parigi con una ricca retrospettiva, presentata fino al 24 agosto al Museo d’Arte Moderna, che ripercorre le principali tappe dell’iter artistico di questa personalità eclettica. Con oltre duecento sculture tra primitive e astratte, disegni, documenti, ceramiche policrome, opere spazialiste, tele perforate, opere informali, nonché la serie Tagli, Nature, Fine di Dio, Venezie, Metalli e Teatrini, si snoda cronologicamente il percorso di Fontana attraverso quattordici ampi spazi del museo.
Ritroviamo all’inizio il Fontana del periodo figurativo degli anni Trenta, con Campione olimpionico (1932), in cui si allontana dalla tradizione novecentesca per la superficie rugosa della materia e la colorazione innaturale, ma anche dall’ideale scultoreo fascista che vedeva atleti dai muscoli tesi e pronti all’azione. Il Campione di Fontana è in attesa, seduto e con il corpo rilassato, ricorda Le penseur di Auguste Rodin, nudo con i muscoli ben sviluppati, posato anche lui su una roccia grezza che sembra avergli dato vita. L’atleta in gesso azzurro di Fontana è lo schermitore Ciro Verratti, opera che lo rappresentò alla II Quadriennale d’Arte di Roma del 1935. Una policromia che continua con il bronzo Signorina seduta del 1934, nelle ceramiche realizzate tra il 1936 e il 1939 in cui si ispira direttamente alla flora e alla fauna terrestre e acquatica, ma anche con il mosaico Ritratto di Teresita del 1940 della Fondazione Lucio Fontana che ha collaborato con il MAM nella realizzazione di questa mostra.

Ma eccoci al 1947 a Milano, quando di ritorno dalla sua terra d’origine, l’Argentina, in cui aveva già redatto il Manifiesto Blanco, fonda il movimento dello Spazialismo di cui resterà leader indiscusso. Un movimento che non segue rigide regole estetiche, riprende precetti del Futurismo, ma insegue soprattutto quell’idea di andare oltre la pittura di cavalletto per cambiare la nostra percezione dello spazio. «Una nuova estetica, forme luminose attraverso gli spazi. Movimento, colore, tempo, e spazio sono i concetti della nuova arte», scrive Fontana nel Manifesto tecnico dello Spazialismo del 1951.
Tagli e buchi, titoli di copiose serie, parole banali e descrittive queste rimandano, prima ancora che all’opera terminata o al gesto vitale dell’artista, al concetto stesso che genera l’opera, vedi la nota serie Concetto spaziale, Attese, che realizzò in gran numero, diventando quasi un marchio di fabbrica. In questo contesto si inseriscono le sei foto in bianco e nero di Ugo Mulas dal titolo L’attesa, che qui esposte ritraggono l’artista prima e dopo il taglio su tela, anche se, testimonia il fotografo, nell’impossibilità di ritrarre Fontana mentre lavorava.

Il taglio in Fontana è una linea, un’interruzione di una continuità che si ripercorre con lo sguardo e rivela una tensione, una dinamica che diventa spazio architettonico che diffonde luce. Taglio su tela, che come un corpo vivo ci rivela tra sofferenza e liberazione il cammino verso l’infinito, taglio come simbolo della nascita dell’opera contro quell’arte che riproduce statiche realtà, siamo qui invece all’origine vitale della creazione. «Quando mi siedo davanti a uno dei miei tagli, a contemplarlo provo all’improvviso una grande distensione dello spirito, mi sento un uomo liberato dalla schiavitù della materia, un uomo che appartiene alla vastità del presente e del futuro», ha dichiarato Lucio Fontana. Un gesto artistico arcaico, liberatorio e tonante, che con lama o punteruolo in mano definisce una zona ben precisa di ricerca dell’artista: quello di uno spazio fisico e cosmologico.
Infine, tra le innumerevoli creazioni, sorprendente Ambiente spaziale a luce nera (1948-1949), è una ricostruzione autorizzata dalla Fondazione Lucio Fontana. Si tratta della sua prima opera ambientale presentata a suo tempo presso la Galleria del Naviglio di Milano, composta da forme biomorfe fosforescenti in cartapesta appese al soffitto di una stanza immersa nel buio ed illuminata da una lampada di Wood, realizzata per andare oltre la pittura e la scultura in favore di una percezione più diretta dello spazio.

In contemporanea con l’esposizione al MAM, la galleria parigina Tornabuoni ha presentato Lucio Fontana, autour d’un chef-d’œuvre retrouvé. Sono andate in scena  una quarantina di opere tra cui Le jour del 1962, una tela a fondo oro di Fontana realizzata in collaborazione con l’artista belga Jef Verheyen (1932–1984). La creazione di quest’opera è stata filmata in via del tutto eccezionale, regalandoci un documentario di grande interesse, proiettato anche al MAM «È la prima volta che quasi distruggo una tela di un mio amico, spero di non distruggere ma di cooperare a perfezionare quest’idea che abbiamo assieme dello spazio». Ecco le parole pronunciate da Fontana prima di perforare la tela di Jef Verheyen lì presente, la performance si svolse presso la casa del collezionista d’arte Louis Bogaerts a Knokke, in Belgio.
Da non perdere il catalogo della mostra al MAM che oltre a coprire l’attività artistica di Fontana, mette a fuoco i diversi aspetti della sua arte attraverso gli scritti di una decina di critici.

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