La statua acroteriale risalente alla fine del VI sec. a.c. era, in origine, parte di un gruppo in terracotta policroma dislocato sul tetto del tempio di Veio e composto da quattro figure: Apollo, Latona, Ercole e Mercurio (di cui è stata ritrovata solo la testa), e raffigurava il mito della contesa tra Apollo ed Ercole per la cerva dalle corna d’oro sacra ad Artemide. Il personaggio di Mercurio interveniva per sedare la contesa.
Delle quattro, l’Apollo era nel miglior stato di conservazione. Il gruppo, ritrovato durante gli scavi del 1916 del santuario di Portonaccio a Veio, è di dimensioni più grandi del vero (l’Apollo è alto 1,81 m), ed è concepito per la visione dal basso. Il coroplasta dimostra di avere buona cognizione delle deformazioni ottiche che devono essere messe in atto nei casi di statue acroteriali (le statue erano poste a 12 m di altezza). Il primo restauro del 1919 ha assemblato i frammenti ritrovati ed è stato utilizzato un pezzo di ottone al posto della colonna vertebrale per garantirne la stabilità. Il materiale costitutivo è prevalentemente argilla con alte percentuali di sabbia ed inclusioni di natura mineralogica più grandi. Queste ultime rendono l’opera facilmente soggetta alle oscillazioni termodinamiche.
Prima dell’intervento, una lunga serie di analisi diagnostiche effettuate sotto la direzione di Maurizio Diana dell’ENEA ha reso possibile accertare i materiali utilizzati, le tecniche di realizzazione e di cottura, nonché di decorazione. Sono state effettuate riprese endoscopiche dell’interno, riprese fotogrammetriche, radiografie, fluorescenze, colorimetrie oltre alle normali fotografie. Gli interventi preliminari sono stati una leggera pulitura a pennello dalle polveri, un pre-consolidamento delle zone decoese, infiltrazioni e velature per bloccare il distacco del colore. Il vero e proprio restauro conservativo è stato eseguito da Guido Tuccio Sante (Istituto Centrale del Restauro), con la direzione scientifica di Francesca Boitani (Museo Villa Giulia), ed ha avuto ad oggetto la rimozione dei depositi incoerenti e dei sali solubili con tamponi di acqua demineralizzata, la pulitura con solventi organici, oltre ad una pulitura meccanica a bisturi delle incrostazioni. Sono stati, così, eliminati polvere e terriccio di scavo ancora presenti tra le pieghe del panneggio del lungo kitone che alteravano la cromia originale, oltre a protettivi del precedente restauro ormai oscurati.
L’intervento ha permesso di fare luce anche a proposito delle tecniche utilizzate: l’argilla lavorata deve essere stata lasciata ad asciugare almeno un anno prima della cottura, che probabilmente è avvenuta in un forno a muffola, ovvero un enorme buca nel terreno, una specie di stanza murata dove veniva posta la statua e poi si procedeva alla fabbricazione di un altro muro, lasciando un’intercapedine per il fuoco e la brace. Una tecnica molto simile viene ancor oggi utilizzata per le campane. E’ stato possibile seguire le varie fasi del restauro on-line attraverso una web-cam sul sito www.apollodiveio.it. L’intervento è stato finanziato dalla Federazione Italiana Tabaccai è costato circa 150mila euro. Ed ora tocca all’Ercole.
francesca della gatta
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