Sono belli questi vestiti… perché buttarli via? dice così re Giorgio (ma in trasferta capitolina è stato giocoforza ribattezzato imperatore dai più), senza falsa modestia. L’occasione è un’affollata conferenza stampa per la presentazione a Roma della sua monumentale retrospettiva: trent’anni anni di carriera in cinquecento abiti. Tutti di Giorgio Armani, naturalmente. Come dire sua maestà, la moda.
Così quasi ti stupisci che una domanda del genere se la possa fare proprio lui, che del made in italy ha segnato un pezzo di storia. E soprattutto ha contribuito a tracciare un immaginario inestinguibile, per almeno due generazioni. Come la scena di American Gigolò in cui Richard Gere in mezzo ad una quantità di camicie, giacche e cravatte griffate sceglieva il suo completo perfetto: Armani per la cronaca. Era il 1980 (non a caso). Gli anni passano per tutti, adesso Richard Gere è un sempre affascinante signore che ha superato i cinquanta (e che ancora spesso e volentieri veste Armani), mentre lo stilista accarezza l’idea di uno spazio per esporre in modo permanente alcune delle sue creazioni più famose. Magari a Milano, magari nella zona Tortona. In fondo –dice- sono bei vestiti… lancia il sasso e –intanto- si gode il tour della mostra, prodotta dal Guggenheim di New York, passata da Bilbao, Berlino, Londra e diretta verso Tokyo e Los Angeles.
Lo spazio della tappa capitolina è quanto mai suggestivo: l’area archeologica delle terme di Diocleziano. Aule ampie, volte a botte, pietra nuda e mattoni a vista, una sorta di austerità semplice e magnifica, solo il sospiro del tempo a far compagnia agli abiti. L’intervento di Bob Wilson (regista teatrale, Leone d’oro alla Biennale del ’93, che ha curato l’allestimento), mai invasivo, ben si adatta ai volumi dell’architettura tardoantica: ambienti bui, i pochi fasci di luce -puntati solo sui vestiti- accarezzano le stoffe, animano il bagliore delle perline, dei ricami, guizzano sul tulle iridescente. È una regia sapiente, ma semplicissima.
L’Armani way of life è tutta qui. Dagli abiti nei toni neutri –il greige, che è quasi un marchio di fabbrica, l’ardesia, il bianco gessoso- un po’ polverosi, come fossero salvati da un vecchio baule (ma che baule…!! verrebbe da dire), alle giacche destrutturate -quelle degli inizi con i bottoni abbassati e le spallone spioventi- agli smoking da donna, alle suggestioni orientali (ma mai inflazionate) ai vestiti da sera rigorosamente bianco e nero (però stemperati con una serie di trovate surreali, come la manica staccata di una giacca che diventa corpetto) o costruiti sovrapponendo tessuti velati. Androgini o smaccatamente femminili. Eleganti, questo sì, sempre.
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giorgiooooo!!! sto co' le pezzeeee, che moo regali 'ncompletinooo???!!!??
Se Chanel ha mascolinizzato la donna, Armani ha femminilizzato l'uomo. Entrambi sono i rivoluzionari del vestire dell'umanità occidentale.
Assistiamo da un pò di tempo a questa parte ad una spettacolarizzazione di tutto ciò che appartiene all'identità materiale contemporanea, e ad una sorta di religiosa idolatria di quel senso del bello che è come le apparizioni dei santi e della vergine per i pochi eletti.
Il bello è l'impossibile per la maggioranza della gente, visibile come gioconde leonardiane dietro teche preziose.
Il messaggio che proviene da queste manifestazioni in esaltazione del made in Italy, è tuttavia sconfortante se estratto dall'evento fine a se stesso, perché quella libertà e quel senso di conquista del bello attraverso l'indossare un abito, svanisce nell'impecettibile barriera socioeconomica che rende il concreto palpabile come il miraggio.
Sarà re, Giorgio, ma ad essere nudi, son comunque gli altri.
Angelo Errico