Curve, curve e ancora curve. In forma di installazioni, di disegni che riproducono spartiti, di sculture vere e proprie, persino di buffe sonorità. E stavolta alle curve –diversamente da quanto sta scritto sui vagoni dei vecchi tram– ci si può anche accostare un po’.
Curve di pentole di dimensioni variabili, in alluminio, impilate ad erigere un cannocchiale per scorgere quotidianità sorpendentemente smaltate. Curve di un pentagramma in rosa che, fattosi sinuoso, declama il segreto di un dettato minimo (La-Re, appunto) senza ostentarne la regolarità. Curve, ancora, di una latrina bell’e pronta su cui la nera cavità centrale, orifizio buio e spiritoso, spunta insopprimibile come i segni (tondi, scuri) che punteggiano quella partitura svolazzante.
Ad assemblare il tutto, l’incedere a mo’ di sirena –come di scherzoso mantra binario (un La e un Re, un La e un Re, e così via)– delle due note che danno il titolo alla mostra: una sirena tutt’altro che allarmata –tutt’altro che metropolitana–, il cui canto proviene dal polistirolo di una scultura candida e mammelluta con mansioni di juke-box primigenio.
Insomma, il “sex appeal dell’inorganico” declinato al femminile val bene una personale. Senza dichiararlo apertamente, onde delineare sia sul piano semantico che su quello immediatamante nominale quell’idea di maestà del femmineo di cui l’intera operazione è latrice, l’artista (Coralla Maiuri, Roma; vive a Milano) ha come sostituito –tra le righe, anzi tra i righi– l’articolo singolare femminile “la” (che è anche, per l’appunto, nota musicale) al corrispettivo maschile “il”. Alludendo, così, alla nota/sostantivo “Re” quale sferzante sineddoche del secretato regina, fino a comporre il lampeggiamento concettuale in un inatteso -e melodioso- “La-Re(gina)”.
Che altro dire se non che il giochino, bislacco quanto si vuole, dopo tutto funziona? Quale sigla dell’incedere di ogni manufatto privo di spigoli vivi, “La Re” (senza il trattino che congiunge e nasconde) finisce per designare un allegro oscilloscopio –premuroso e primordiale– buono per ogni pezzetto di realtà. E infatti, da ultimo, sulla parete di fondo, un incombente volto/vòlta (celeste e, ovviamente, muliebre) campeggia in una stampa fotografica –ebbene sì, allegramente si può persino provare a citare Courbet via Bataille– con un cratere vero e proprio al posto della bocca.
pericle guaglianone
mostra visitata il 7 novembre 2005
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