Protagoniste di questa mostra sono le donne iraniane, anche se il tema, quello della violenza ai loro danni, è purtroppo è un male diffuso in moltissime culture. A cambiare è solo il modo: da quello sottile della tortura psicologica, a quello più violento della sevizia fisica, che spesso lascia anche indelebili menomazioni fisiche. Dall’Iran al Messico, dalla Svizzera al Marocco, all’India all’Italia, le donne sono oggetto di violenza, tra le pareti domestiche o nella vita pubblica. È questo un male di cui non si parla, o si parla molto poco. Con forme e contesti diversi lo trattano nei loro recenti lavori cinematografici Nava e i fratelli Taviani, senza alcun pietismo né omissioni.
È questo un male di cui invece sente il bisogno di parlarne Parastou Forouhar (Teheran, 1962; vive a Francoforte). Ma la sua denuncia non è rabbiosamente urlata. Al contrario. È portata avanti attraverso un delicato silenzio, peculiare del mondo femminile. E cosa c’è di più delicato ed evocativo di un palloncino? Associati all’infanzia, all’ingenuità, ad un mondo dove tutto “è rosa”, e nonostante la loro apparente delicatezza, i numerosi palloncini di Forouhar, che riempiono un’intera stanza, sono decorati con gli atti di violenza esercitati sulle donne. Donne che hanno perso anche la propria identità, ridotte a sagome stilizzate. Sagome rosa, col doppio richiamo al femmineo e alla carne, su cui risalta il nero dei legacci, degli strumenti con i quali sono inferte le ripetute sevizie. La cui rappresentazione non è dedotta da immagini di documentari e di cronaca, ma elaborata attraverso la lettura di documenti, testimonianze e racconti.
L’artista, attraverso l’assimilazione mentale e la decostruzione, è stata in grado di provare, quasi per mezzo delle proprie membra, le tribolazioni sofferte da queste donne, per poterle così rappresentare attraverso la potenza dell’esperienza individuale e -forzando l’interpretazione- finanche “reale”.
Le stesse sagome sono animate nel video, una sorta di rielaborazione del noto videogioco Tetris, dove mattoncini di diversa forma e colore devono trovare la loro giusta collocazione. Così queste sagome rosa, per tre volte, scendono lentamente dall’alto dello schermo nero, si moltiplicano e si incastrano, creando dei decorativi elementi geometrici e formando un muro omogeneo -o una mostruosa fossa comune- il cui aspetto velatamente richiama l’apparato genitale femminile. Un muro che improvvisamente si frantuma e si dissolve.
Insieme all’installazione, apparentemente a sé stante, l’artista presenta una rassegna di 31 video, di durate diverse, di artisti iraniani, parte del progetto Analyzing While Waiting (for time to pass), realizzato con Susann Wintsch. È una testimonianza di circa due ore e mezzo dell’attività artistica e della cultura della sua città natale. Oltre che un tentativo di mostrare l’Iran superando gli stereotipi con cui il Paese è visto dagli occidentali, ovvero come una terra di violenza e di arretratezza culturale. L’artista vuole invece far vedere che c’è dell’altro, qualcosa che supera tutte le più restrittive generalizzazioni: una quotidianità in fermento e un inarrestabile sviluppo culturale in corso.
daniela trincia
mostra visitata il 20 marzo 2007
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