Con sé Olivia Gay ha portato il suo pancione di otto mesi. La giovane fotografa francese (nata a Billancourt nel 1973; vive nella campagna parigina con il marito Eric Larrayadieu, anche lui reporter) collabora con testate come Libération, Le Monde e il The New York Times. La Gay è a Roma per presentare Supermarket, mostra curata da Ilaria Marotta e realizzata dalla Moving Gallery presso lo Spazio Bocca di Dama nell’ambito di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma.
Tutti i suoi lavori sono incentrati sull’universo femminile, a partire da quel primo progetto, Jineteras, del 1998, (si era appena specializzata in Fotografia a Boston, dopo la laurea in Storia dell’Arte conseguita a Bordeaux) sulle prostitute cubane, proseguito fino al 2000 in Argentina e Brasile e premiato con la menzione speciale del Prix Kodak della critica.
“Sono tutte donne che lavorano.”, afferma la Gay. “Le prostitute sudamericane lavorano come le modelle francesi, le danzatrici del Cairo o le cassiere del supermercato. Quello che mi interessa è il corpo, come viene mostrato in ognuna di queste professioni. Anche nelle cassiere la postura è molto importante. Queste donne lavorano a contatto con il pubblico, quindi in qualche modo sono esposte.”
Le cassiere, in particolare, sono figure fugaci alle prese con un quotidiano incalzante, con una routine meccanica e poco, se non per nulla, gratificante. “Al lavoro dietro le loro casse, nascoste dietro le loro divise, sommerse dalle merci che scorrono sui tapis roulant” –scrive Ilaria Marotta nel catalogo– “riportano alla mente il tema dell’alienazione dell’individuo, meravigliosamente interpretato dall’operaio dei ‘Tempi moderni’ di Charlie Chaplin, in cui la persona viene trasformata nell’ingranaggio di una diabolica catena di montaggio.”
Ma Olivia Gay restituisce ad ognuna di loro un’identità, perché le presenta con i rispettivi nomi, cercando di superare quella barriera di imbarazzo o diffidenza iniziale, per provare a delinearne il profilo psicologico. Peraltro senza “orchestrare la realtà” -come afferma la curatrice- “mettendo un siparietto con delle luci e poi scattare ritratti impostati.”
Lo svolgimento del racconto fotografico è scandito da tre episodi: l’immersione totale nel lavoro alle casse, alle prese con la frenesia, i prodotti di consumo, i soldi, la meccanizzazione; i momenti di pausa (le cassiere hanno tre minuti di pausa ogni ora di lavoro), mentre fumano una sigaretta, bevono un caffè, sfogliano il giornale o scambiano due parole. Per questo nei titoli delle fotografie accanto al nome sono indicate ore e minuti, Christelle h8,35; Magali caisse n. 4; Sabrina h11,35…
Poi c’è una serie di piccoli ritratti –quasi delle fototessera– in cui a dispetto della divisa che tenderebbe ad omologare le persone, emerge quel pizzico di connotazione individuale -un vezzo- che sia un foulard, un’acconciatura o un diverso make-up che restituisce personalità al soggetto. “All’inizio c’era chi non voleva farsi fotografare, pian piano però si sono lasciate andare, mostrando anche la voglia di essere rappresentate. Notavo i cambiamenti, magari cambiavano pettinatura, erano più curate”, dice Olivia Gay, che dichiara il suo amore per le due grandi fotografe Dorothea Lange e Diane Arbus. “Avendo vissuto negli Stati Uniti mi hanno influenzato sia la fotografia che la pittura americana, Jackson Pollock, gli artisti astratti, tutto il Nuovo Espressionismo. Mi interessa molto la spontaneità.”
manuela de leonardis
mostra visitata l’11 aprile 2006
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