Per godere appieno dei quadri di Shahzia Sikander (1969, Lahore; vive a New York), è necessario avvicinarsi molto. Mano a mano si mette a fuoco, scoprendo che le grandi macchie di colore arricchite da mille sfumature sono in realtà costituite da tanti piccoli animali, delineati con semplici e fluidi tratti.
Con lentezza e pazienza -caratteristiche delle culture orientali- l’artista dispone sulla carta, tassativamente rosa, un vastissimo bestiario, che non manca di attingere dalla mitologia levantina, intrecciato con la caratteristica scrittura nastriforme. La dimensione fortemente intimista insita nella rielaborazione di alcune simbologie rappresenta tuttavia un limite alla comprensione profonda dei lavori dell’artista pakistana. L’intento è dichiarato: fondere la tradizione pittorica persiana con il bagaglio culturale classico mediterraneo. Un intento però che si coglie a fatica, perché non possiamo comprendere i nuovi significati assegnati, le esperienze e le riflessioni individuali che l’artista traduce nei suoi elaborati lavori con piccoli gesti d’amore: la miniphlilia annunciata nel titolo della mostra.
Un altro ostacolo alla lettura dei lavori consiste nella ben radicata interpretazione occidente-centrica di alcune immagini: cervi, elefanti, tigri, uccelli e pavoni hanno per noi ancora una forte valenza cristologica. Tuttavia, è difficile non rimanere incantati dalla padronanza tecnica e dalla sensibilità coloristica. Giochi di tenui cromìe si frammentano e moltiplicano in una visione caleidoscopica, rilasciando a volte delicate
daniela trincia
mostra visitata il 3 ottobre 2006
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