La scelta di proporre una mostra della collezione avignonese di Yvon Lambert a Roma ha sicuramente a che fare con il suo legame affettivo con l’Italia, un amore che ha condiviso con molti amici artisti come
Sol LeWitt e
Cy Twombly.
La fascinazione del richiamo al Grand Tour, poi, è riproposta nello stesso allestimento, che parte con segnali di classicità, dalle
Tre Grazie di
Giulio Paolini al
Dante di
Andrés Serrano, dal
Virgilio di
Miguel Barceló al già citato Twombly, molto presente in mostra. Decisamente troppo, viste le numerose opere esposte in ogni dove, a testimonianza di una presenza amicale che, però, distoglie dal flusso espositivo altrimenti ben cadenzato.
Dal mito al riferimento storico-artistico, il percorso racconta la personalità del collezionista Lambert, scopritore di talenti e profondo conoscitore della ricerca dei suoi artisti. Basti guardare alla serie di foto di
Nan Goldin, dal 1975 al 2003: un affondo nella sua opera e nel suo mondo, un crescendo evidenziato dall’allestimento lungo lo scalone, alla cui cima si apre
Nuancier di
Francois-Xavier Courréges. L’installazione si presenta come un angolo apparentemente quieto dopo gli “eccessi visivi” di Goldin. La luce bluastra che proviene dai monitor distende vista e mente. È solo un attimo. Dagli schermi guardano intensamente giovani uomini; “
Je t’aime” arriva con voce suadente da un lato, poi da un altro e un altro ancora. Ma in centro c’è uno schermo vuoto. Un’assenza.
È un’opera toccante nella sua sinteticità formale, emotivamente coinvolgente come
Les Images noires di
Christian Boltanski, e intensa così come diversamente lo è la “colata lavica” di
Claude Lévêque (
J’ai rêvé d’un autre monde, 2000), una introiettante discesa nell’Ade.
Tra le opere proposte, ve ne sono molte notevoli: per citarne alcune,
Aux Vieilles Tapisseries di
Louise Bourgeois e i molti
Kiefer, tra cui il libro
Jason e il quadro
Jungbrunnen, commissionato per l’occasione. Alcune scelte allestitive, invece, lasciano perplessi. All’ingresso della cisterna romana, il lavoro di
Douglas Gordon è posizionato esattamente tra le due serie immagini di
Gordon Matta-Clark come ne fosse il trait d’union; gli zoccoli di
Basquiat sono allestiti in teca sopra i disegni -che lo citano- realizzati da
Julian Schnabel, tra l’altro regista del discusso film sull’artista afro-americano, in cui compaiono proprio quegli zoccoli prestati da Lambert.
Ebbene, ci si domanda, questo basta per “trasformare” un’opera attraverso il suo allestimento? Quanto un collezionista può travalicare il lavoro di un artista in virtù del suo “potere” di curatore della collezione? E un curatore può farlo? Questioni sempre aperte che, forse, si fanno più complesse quando il collezionista in questione è anche un grande gallerista. I dubbi sulla legittimità di tale invasività permangono e sono spunto di riflessione.