Maschio o femmina, emme o effe, chiedono i moderni questionari fatti di quadratini da compilare con le “X”. E se uno sbaglia casella, prende un altro modulo e sta più attento. A contatto con la terra, invece, come ci racconta ironico Toma Muteba Luntumbue (Kinshasa, 1962; vive a Bruxelles), errori del genere potrebbe rivelarsi fatali: “Prendete dei chicchi di mais e versateli nel mortaio. Macinate i chicchi di mais con un pestello, afferrate il pestello con una o due mani e fate un movimento regolare, dall’alto verso il basso. Versate la farina così ottenuta in un sacchetto di plastica; portatela via. Attenzione: questo lavoro è vietato agli uomini – rischio di sterilità”. Sono le istruzioni per l’uso in Women at work, pezzo forte di questa prima personale italiana dell’artista africano, incentrata sul tema della migrazione e, in particolare, del sempreverde confine geopolitico nord-sud (del mondo) e del suo configurarsi quale barriera, concreta e psicologica.
Legno, carta e tanto colore materializzano steccati d’ogni tipo, a partire da una vera e propria Barriers Box dov’è allegramente impacchettata, all’ingresso, l’eloquenza segnaletica dello stop più grezzo e tassativo.
Una scatola, nient’altro che una scatola, composta di sezioni di recinzione a strisce gialle e nere, sistemata a terra come a dire, forte e chiaro, “di qua non si passa”.
E invece poco oltre c’è dell’altro. Anzitutto tanti acrilici su carta, a delineare a parete un allarmato paesaggio mentale in cui s’addensano velivoli, articoli di giornale e statistiche illuminanti (quella sul traffico aereo su scala globale, che descrive con rara eloquenza la reale forza economica dei diversi continenti), tra lo shock del matter of fact e l’ironia aneddotica del racconto di vita. In più, al centro, il paradosso di una sorta di torre di controllo-giocattolo, che evoca il demone dell’avvistamento ma si trasforma in svettante tenda da campo.
Convince in primo luogo lo sviluppo per agglomerati-sequenza di un allestimento davvero ricco, in cui sembra approfondirsi un solo discorso articolato a braccio.
Flash-back in forma di cartelli, si direbbe, che ricreano in galleria l’atmosfera aeroportuale di un destino fatto di trasferimenti. In più, la scelta di materiali a bassa fedeltà –nei momenti di più chiara poesia si arriva all’inchiostro su carta– dà all’intera operazione un’agilità da teatrino portatile, frizzante e precaria, che nulla toglie alla carica problematica del dato didascalico.
pericle guaglianone
mostra visitata il 15 aprile 2005
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