“Questa è una piccola storia di Roma attraverso grandi finestre”, afferma Enrica Scalfari, dichiarando con il nuovo lavoro Finestre su Roma -realizzato nell’ambito del Festival Internazionale di Fotografia di Roma- il grande amore per la sua città.
Ancora oggi, questa che gli antichi romani chiamavano Urbs (usando la U maiuscola, proprio perché era “la Città”) è continua fonte di sorprese, curiosità da inseguire, storie da raccontare, dettagli che prendono forma giorno dopo giorno. Stavolta lo sguardo è verso l’esterno -ma parte dall’interno- sempre mediato da un’apertura delineata con precisione, quella degli infissi che diventano la cornice stessa dell’inquadratura, qualche volta con l’aggiunta di altri dettagli: una tendina, il vetro, la lampadina di un lampadario…
A contribuire a questo effetto suggestivo, le dimensioni stesse delle fotografie, molte delle quali arrivano a misurare 70×100 cm, proprio con l’intento di ricreare il reale effetto visivo della finestra.
La fotografa ha usato quasi esclusivamente il bianco e nero, con un’unica eccezione in cui, oltre che il colore, è ammesso nell’inquadratura un referente umano: da una finestra di un’architettura di Sartorio si notano un signore affacciato e i panni stesi. “Non è casuale che non ci siano persone in queste fotografie, perché sono immagini molto geometriche, quasi sospese”, spiega la Scalfari. “Alcune sono persino metafisiche, quindi l’elemento umano non c’entrava nulla. Diventava qualcosa di troppo colloquiale, mentre in questo lavoro il colloquio è con le forme della città.”
I monumenti e le vedute panoramiche sono noti -dal Cupolone al Palatino, da Trinità dei Monti alla Piramide, da Santa Maria in Trastevere al Colosseo, poi Via Veneto, San Giovanni in Laterano, il Campidoglio- e fin qui nulla di particolare. È invece incredibilmente insolita la prospettiva che l’autrice è riuscita a cogliere, scattando le fotografie dall’interno di luoghi per lo più inaccessibili.
Luoghi privati, prima di tutto -abitazioni di privilegiati che possono godere di viste mozzafiato- ma anche uffici pubblici o di società private come la Vocatura dello Stato, il Grand Hotel Flora, il Convento del Sacro Cuore, la Sovrintendenza Archeologica in Via dei Fori Imperiali, i Laboratori di Scenografia del Teatro dell’Opera in Via dei Cerchi. Persino il campanile di Santa Francesca Romana o la toilette dei grandi magazzini Coin. Alcuni sono luoghi chiusi al pubblico, come l’aula grande del Museo delle Terme, altri -come il Museo della Via Ostiense- pur essendo aperti sono quasi completamente sconosciuti.
“Ogni fotografia è un incontro con una persona che mi ha aperto prima una porta, poi una finestra”, racconta Scalfari. “C’è anche chi la porta non me l’han mai aperta, ma è stata un’eccezione. Lavorando a questo progetto ho incontrato persone molto carine e disponibili. Ogni incontro è una piccola storia. L’entusiasmo del guardiano di un museo che fa il suo lavoro in maniera straordinaria, felice che qualcuno veda qualcosa che solitamente è chiuso e comunicando tutte le informazioni che sa, oppure privati che non conoscevo e che, sapendo che stavo facendo questo lavoro, mi hanno invitata a vedere il panorama da casa loro e a prendere un caffè. Ci sono anche fotografie che non ho potuto fare, perché sarei dovuta andare sotto casa di sconosciuti, citofonare e dire ‘Scusi posso salire a fare una foto? Per caso lei vede da casa sua quello che penso si possa vedere?’”
manuela de leonardis
mostra visitata il 15 maggio 2006
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