La collaborazione tra Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, 1926; vive a Milano) ed Emilio Villa nasce, oltre che da una volontà d’incontro comune, anche grazie all’attività mediatrice di Aldo Tagliaferri. Vista la malattia che impediva a Villa di produrre uno scritto per l’occasione, egli pensò infatti di servirsi di un testo villiano inedito, L’arte dell’uomo primordiale, risalente alla metà degli anni Sessanta. I sette frammenti estrapolati dal testo e pubblicati con la cura di Tagliaferri, bastano a mostrare con chiarezza gli enunciati fondamentali di Villa e ad esplicitare l’interesse condiviso dagli autori nei confronti delle forme e dei segni del primordio.
Il primo enunciato dello scrittore distingue tra segno primordiale, che egli definisce dalla funzionalità sacrificale, ed il simbolo attuale, devitalizzato dall’esagerata concettualizzazione. Per l’autore difatti, il primo segno non era descrittivo o comunicativo bensì celebrazione dell’uccidere, atto violento. Un atto rivelatore dell’enigmatica esistenza e della propria capacità di parteciparvi creando una forma, un segno, una lacerazione concreta nel corpo dell’animale e nel corpo del mondo, entrambe porzioni esplicitate della divinità (Villa). La produzione oggettistica, strumentale, viene perciò nella maggior parte dei casi considerata da Villa già come artefatto e non come semplice manufatto. L’amigdala, strumento per uccidere -di sostentamento- come frutto di un’intenzionalità che si sa partecipe del sacro perché il sacro, per convinzione animistica, è la terra stessa. La morte, invece, come rivitalizzante, come evento necessario e fondamentale, a nutrimento della futura vita. Tesi nietzschiane si susseguono dunque nel testo, attraverso il quale l’autore cerca di proporre un modello alternativo a quello invasivo e deprimente prodotto dalla logica tecnocratica. Da queste susseguenti riflessioni è chiaro come, in conclusione, il recupero dell’irrazionalità primitiva si mostri quale unico antidoto possibile, anche se utopistico, all’attuale paralizzato.
Arnaldo Pomodoro si è misurato su questo terreno che è poi, da sempre, il suo terreno, producendo una cartella grafica che esplicita una sinergia densa di implicazioni riflessive tra materie, segni e scritture. Un confronto esaltante perché Pomodoro lacera, compone, intervenendo matericamente sul testo di Villa, riproposto come fondo sul quale lavorare, base ideologica e concreta densa di suggerimenti. Una testualità che, nella restituzione creativa dello scultore, viene corrosa come pure evidenziata, manipolata sino a rendere impossibile una ricostruzione completa del proprio senso letterale. Consentendone semmai una nuova decifrazione all’interno di uno spazio che è inventato, di un’epifania visiva che è il frutto della combinazione reciprocamente condizionante di forme e parole. Forme e parole che Pomodoro incide su lastre di resina per poi stamparle su carta; entrambe esposte in mostra assieme alla pubblicazione di Villa. A testimonianza di una collaborazione che si è rivelata essere prima di tutto affettuosa amicizia intellettuale e creativa.
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