Flowers è il titolo della prima personale italiana di Malgorzata Markiewicz (Cracovia, 1979). In galleria i fiori sono alle pareti -tredici fotografie a colori- e sul pavimento della sala, dove crescono cinque sculture “soffici”. Sono fiori molto particolari quelli della Markiewicz. Hanno petali e corolle di tessuti, gli indumenti dell’artista. Lei li indossa e poi -al riparo da sguardi intrusi- se li toglie per lasciarli cadere a terra.
Da dove proviene questa giovane polacca diplomata in arti plastiche all’Accademia di Belle Arti di Cracovia? La gallerista ha visto un lavoro alla scorsa edizione della Fiera di Bologna, e ne è rimasta colpita. “Da vent’anni presento artiste che affrontano il tema del corpo. Questo di Malgorzata è un lavoro molto forte e simbolico sul corpo femminile, ma il corpo non è presente. La traccia è nell’odore, nella forma degli abiti che ne ricalcano la sagoma,” afferma Stefania Miscetti.
Sia le fotografie che le sculture sono molto seducenti. “All’inizio il pubblico è attratto perché sono belli”, spiega l’artista, “poi è quasi intimorito dal fatto di essere tanto vicino ad un qualcosa di così intimo e misterioso”.
Che ci sia una forte componente simbolica è evidente. I fiori vengono associati alla bellezza femminile: entrambi sono molto delicati perciò bisogna averne cura. “Possono essere distrutti anche soltanto per noncuranza” continua l’artista, riferendosi implicitamente allo stupro.
Ma è il gesto l’elemento fondamentale nella realizzazione di queste opere. Per creare le sue sculture Malgorzata Markiewicz deve indossare i propri abiti e poi toglierli. “È come un ritratto del corpo, perché nei vestiti restano i liquidi, gli odori. È un’impronta. Il gesto è anche simbolico, ma è soprattutto connesso con questa fisicità.”
Pur essendo molto giovane, l’artista è alla sua settima personale e ha partecipato ad innumerevoli collettive, festival ed eventi, tra cui recentemente due mesi trascorsi ad Helsinki in una residenza per artisti. Nel suo lavoro –in cui ricorre la presenza degli abiti, ma anche lenzuola, asciugamani e indumenti abbandonati che lei va recuperando e che fotografa- affronta anche altri temi, sempre legati all’individuo in rapporto alla società.
“Ad Helsinki l’edificio che ospita la residenza è enorme, molto freddo. Mi sentivo molto sola, isolata. Dato che, comunque, c’era molta gente che gravitava intorno ho chiesto a tutti di portare dei vestiti vecchi e ho creato una sorta di corda per evadere, in maniera del tutto utopica, e allo stesso tempo che permetteva a chiunque di entrare nell’edificio.”, racconta la Markiewicz. “Entrambe le situazioni erano possibili. In fondo il problema di entrare in contatto con la gente è un po’ una riflessione sulla nostra società. E’ rischioso permettere ad uno sconosciuto di entrare nel nostro mondo, non a caso tendiamo ad entrare in contatto con la gente soprattutto quando abbiamo delle certezze.”
manuela de leonardis
mostra visitata il 5 maggio 2006
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