E’ stato l’antenato dei nostri souvenirs quando ancora non esistevano né fotografia nè cartoline. Di che cosa si tratta? Delle gouaches naturalmente, o guazzi in napoletano. A Napoli, una delle tappe obbligate dei viaggiatori del ‘700 venuti a fare il Grand Tour’ molti artisti eseguivano delle gouaches, veri e propri ricordini da riportare nel proprio paese di origine.
La tecnica della gouache permette una rapida esecuzione, i colori si seccano velocemente e il foglio dipinto si trasporta molto più facilmente di un quadro ad olio che sarebbe costato molto di più ed avrebbe richiesto maggior tempo: ecco i segreti di un successo. La mostra allestita nei musei Capitolini riunisce 80 opere – tutte gouaches napoletane del Sette e Ottocento-che ritraggono perlopiù le bellezze artistiche ed il paesaggio partenopeo. E’ suddivisa in tre sezioni: il Classico, il Sublime ed il
La sezione del Classico raggruppa le vedute delle antichità di Pompei ed Ercolano – i cui scavi iniziarono nei primi anni del ‘700- e dei Campi Flegrei. In quella dedicata al Sublime – vera e propria categoria estetica che si diffonde in età preromantica, facendo nascere la tendenza a collezionare immagini che ritraggono la terribilità dei fenomeni naturali – si possono ammirare le spettacolari eruzioni del Vesuvio, nella sezione del Pittoresco si trovano degli spaccati di vita quotidiana e delle vedute panoramiche della città.
“La gouache somiglia molto alla tempera, ma la differenza sostanziale –spiega Denise Maria Pagano, tra i curatori della mostra– risiede nel tipo di legante utilizzato. La gouache utilizza come agglutinante delle gomme vegetali dove la tempera utilizza dei leganti di tipo organico come il giallo d’uovo, il latte, la cera etc.. col passare del tempo però le due tecniche gouache e tempera si mescolano e spesso sulle incisioni vengono riportati dei colori”.
Come ben messo in risalto dai suoi curatori, uno dei principali meriti della mostra, oltre a quello di illustrare il genere della gouache è anche di render conto di una città che non esiste più. Tra scene di genere e tesori archeologici, che sono diventati parte dell’immaginario collettivo.
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