Il concept di questa collettiva -prima parte di un progetto espositivo in due puntate- ruota attorno alla superficie. La tesi che si vorrebbe dimostrare, attraverso i lavori di cinque giovani artisti (piĂš una band, nati tutti negli anni Settanta), è la nascita di quella che la curatrice, Cecilia Canziani, chiama âuna nuova stagioneâ, un inedito trend che determinerebbe âuna chiara presa di posizione dalla parentesi del postmodernoâ. Sorvolando sul fatto che unâasserzione di tale peso avrebbe meritato senzâaltro un tentativo di analisi critica ben piĂš approfondito e circostanziato di una frase buttata con nonchalance in fondo al comunicato stampa, lâorizzonte di ricerca che le opere in mostra delineano -unico testo davvero a disposizione- sembra contraddire lâassunto di partenza. Lâidea di surface è si, presente, e fa capolino qua e lĂ tra le opere, ma declinata piĂš sul versante nominale della superficialitĂ che su quello semantico dei valori di superficie (il âritorno alla formaâ). Quella superficialitĂ , intesa non come totale assenza di significato ma come voluta assenza di profonditĂ , e soprattutto come gusto della superficie, ben descritta da Fredric Jameson in un noto saggio sul postmoderno uscito sul finire degli anni Ottanta. Il piacere del galleggiamento, la leggerezza âfisica e concettuale- il gusto della contaminazione (ci libereremo mai di questo termine?) tra cultura alta e cultura popolare, la citazione deliberata e compiaciuta, i rimandi al vocabolario del design, della musica e della moda, unâorgogliosa tendenza allâeclettismo: i termini del discorso sembrano rimandare allâABC del linguaggio postmoderno piuttosto che dimostrare di un suo rifiuto, consapevole o inconscio che sia.
AldilĂ della controversa tesi di fondo (che ci auguriamo venga approfondita e giustificata in occasione della seconda parte della mostra), Surfing the Surface riunisce opere di un certo interesse, che testimoniano di una generazione in transito, di una ricerca in gestazione, che se non riesce ad affermare ancora una chiara inversione di tendenza, esprime tuttavia rigore, capacitĂ di auto-gestione e mobilitĂ di pensiero.
Iain Forsyth e Jane Pollard (Manchester 1973 / Newcastle, 1972 â vivono a Londra) lavorano insieme dal 1993. Lâultima tappa della loro decennale sperimentazione riguarda ancora una volta lâanalisi dei rapporti tra arti visive e musica pop attraverso il meccanismo della ri-messa in scena e della re-interpretazione. Nel video Walking After Acconci (Redirected Approach), il giovanissimo rapper londinese Plan B si cala nei panni di Vito Acconci, dando vita ad una versione contemporanea del videotape Walk-Over (Indirect Approaches), girato nel 1973.
Ma il mondo della musica e delle culture giovanili (presente a tal punto da materializzarsi anche in un vinile, prodotto dalla galleria e contenente lâultima fatica sonora degli Hurray, band formata da Richard Aldrich, Josh Brand, Peter Mandradjieff e Zak Prekop) ritorna anche nelle opere di Caroline Achaintre (nata a Tolosa, vive a Londra). Lâartista trasferisce su carta, tappeti o superfici lignee forme tratte dallâimmaginario dei film horror o di metal band vecchie e nuove, dai Kiss agli Slipknot.
PiÚ attinenti al tema specifico della superficie in senso stretto (scultorea, pittorica, persino architettonica) sono i lavori della londinese Saron Hughes e della scandinava Camilla Løw (nata a Oslo, vive a Glasgow). Mentre la prima mira a confondere e far dialogare il gesto pittorico con la spazialità dei piani tridimensionali, la seconda opera una rilettura algida e citazionista dei piÚ classici stilemi minimal-concettuali.
valentina tanni
mostra visitata il 28 febbraio 2006
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