L’arte programmata -secondo una definizione attribuita da Dorfles a Bruno Munari, che la utilizza nel 1962 come titolo di una mostra patrocinata dalla Olivetti a Milano-, nasce congiuntamente e per certi aspetti come derivazione dell’arte cinetica. Quest’ultima, infatti, focalizzando la sua attenzione sul moto, sia esso reale o soltanto illusorio, produce opere aperte e programmate. Per l’arte programmata l’opera, distinta da elementi come modularità e molteplicità, va considerata la conclusione di un processo razionale e controllato e non è più costruita sul gesto, sulla materia, sul bisogno di espressione dell’Io. La sua comunicazione, essenziale e geometrica, deve stimolare la percezione visiva rendendola dinamica. La sperimentazione estetico-operazionale di Lucia Di Luciano (Siracusa, 1933) e Giovanni Pizzo (Veroli, 1934), s’inserisce in quel contesto artistico-speculativo. I due artisti, sul finire del 1962, si uniscono a Lia Drei e Francesco Guerrieri nel Gruppo 63. Nato dall’esigenza di superare l’estetica informale, il Gruppo, come scrive Guerrieri, “accentua il processo di razionalizzazione del linguaggio, indirizzando l’analisi percettiva delle strutture formali e cromatiche in progettazioni matematiche e geometriche, al fine di raggiungere un’autentica intersoggettività di linguaggio.” Il lavoro di ricerca di Pizzo e Di Luciano sfocerà nel 1966, in un’esposizione sonora alla Galleria Numero di Roma, presentata da Giulio Carlo Argan che la definisce “la più esplicita, rigorosa ed avanzata analisi strutturalistica e operazionistica”. Quarant’anni dopo, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna ripropone la stessa performance, partendo dalle installazioni realizzate dai due artisti in quella occasione e arricchendola con altre opere del loro percorso durante gli anni ’60.
Il tutto accompagnato da un sottofondo musicale di Pietro Grossi, che aveva realizzato la musica per la mostra del 1966. Le dieci tavole di Di Luciano, Rapporti alternati da 1 a 10 e le tredici Strutture di fase di Pizzo, Sign–gestalt, si basano sulla strutturazione di segni elementari e sulla variazione della percezione dei singoli elementi in rapporti alternati diversi ma controllati. Montati su pannelli, i lavori si rincorrono in andamento sinusoidale creando uno spazio dinamico, costituito da segni geometrici in bianco e nero. Il ritmico susseguirsi di quadrati, rettangoli, linee, tramite un processo logico-matematico sempre più articolato, finisce per dare vita ad un metalinguaggio, a una sorta di grammatica che estrinseca le sue regole attraverso l’inchiostro di china e i colori morgan su masonite. L’alternarsi bicromico dei moduli –indice di combinabilità e scomponibilità- divenendo analogia del codice, sembra consacrare l’avvento dell’era elettronica.
lori adragna
mostra visitata il 23 maggio 2007
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