Parte dello spazio espositivo è occupato da una scaffalatura metallica da ufficio riempita di scatole di cartone di varie misure, sorta di confessionale, spazio intimo e raccolto dove poter guardare il cortometraggio Black and White Rule (2011). All’interno dell’installazione il pavimento geometrico a scacchi bianchi e neri e le pareti sature di cartoni sono la trasposizione reale del set in cui si svolge il filmato in cui un uomo e una donna osservano, misurano e poi disegnano ossessivamente su grandi fogli stesi a terra il comportamento di una coppia di cani barboni bianchi. Gli attori si muovono meccanicamente ripetendo gli stessi gesti come in una sorta di ossessivo, l’ambiente sembra un campionario di modernariato scientifico e ricorda l’atmosfera allucinata, ma qui più sterilizzata, del film muto diretto nel 1920 da Robert Wiene Il gabinetto del dottor Caligari.
L’artista gioca sulla distorsione della percezione spazio-temporale, rendendo reale parte del set che occupa la galleria e sovrapponendo le epoche storiche, gli attori indossano abiti anni Quaranta, utilizzano strumenti meccanici d’epoca, ma si muovono in un ambiente domestico ultra-moderno dal design “minimal”, creando così un cortocircuito estetico e percettivo. La suspense è l’elemento dominante in questi lavori di Maya Zack, ed è la sapiente alternanza di tensione visiva e pausa narrativa che genera nello spettatore quel particolare stato d’animo che oscilla fra curiosità e inquietudine.
Nella “project room” della galleria il video Mother Economy (2007) mette ancora una volta in scena le azioni compulsive di una giovane donna, che, solitaria padrona dello spazio domestico, lo misura, lo scheda e lo classifica. L’arredamento è borghese, i mobili “art decò”, così come i vestiti anni Quaranta della protagonista, sono un sicuro indizio per contestualizzare storicamente l’azione.
La casa è vuota ma gli oggetti che la donna cataloga evocano le assenze-presenze dei suoi famigliari, un paio di scarpe da uomo, una racchetta da tennis, un libro, un paio di scarpette da danza. Anche la preparazione di una torta diventa un rituale ossessivo e angosciante: goniometri, beute, alambicchi e strumenti di misurazione di tutti i tipi sono utilizzati per produrre e catalogare il cibo da portare su una tavola apparecchiata secondo un perfetto ordine geometrico assolutamente straniante. Tutta l’azione genera ansia, l’audio della radio è un ulteriore conferma della drammaticità del momento storico, quello a cavallo fra gli anni Venti e la seconda guerra mondiale, che ha visto l’ascesa di Hitler e l’inizio delle leggi razziali.
Nel lavoro di Maya Zack c’è una continua alternanza fra il disegno come opera oggettuale reale, e il disegno come mezzo espressivo usato per misurare e catalogare adottato dai personaggi dei suoi video. Questo rapporto di scambio continuo fra la fiction, e la realtà è sottolineato dai tre grandi disegni a matita, tecnicamente perfetti, che raffigurano degli esseri umani in scala reale, sdraiati a terra, che tengono in mano un oggetto con cui misurare lo spazio. Di nuovo c’è uno slittamento percettivo, le figure, che sembrano dei cadaveri, sono invece forse degli investigatori che stanno raccogliendo e catalogando le tracce trovate sulla scena di un delitto. Tutta la mostra è ritmata sull’alternanza del rapporto ambiguo fra realtà e sua rappresentazione e in questo gioco l’essere umano non è che una mera pedina, un disegno in bianco e nero, un attore che interpreta un ruolo, una presenza/assenza che, in bilico fra menzogna e verità, cerca ossessivamente di interpretare e catalogare la vita.
di Paola Ugolini
Dal 24 settembre al 17 novembre 2012
Maya Zack, Made to measure, “Videos and drawings”.
Galleria Marie-Laure Fleisch
Vicolo Sforza Cesarini 3A – (00186) Roma
Orari: lunedì a venerdì 14 – 20, sabato e domenica su appuntamento
Info: 06 68891936, info@galleriamlf.com
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