Come fosse uno story board. A crack into the wall – lavoro che il duo torinese ha realizzato ad hoc per lo spazio di S.A.L.E.S – si srotola in diciotto stampe, lungo il corridoio e le pareti laterali della sala: un’altra storia di ordinario suburb, sotto quel cielo perennemente viola, da fine del mondo, che nei wall paper di Botto & Bruno (Gianfranco Botto, Torino 1963 e Roberta Bruno, Torino 1966; vivono e lavorano a Torino) è un leit motiv insostituibile.
Loro, tra orizzonti purple e parallelepipedi di cemento, continuano a seminare indizi, che sembrano residui di
Fotogrammi, quasi, di una periferia che potrebbe diventare un archetipo (brevettato, se ci passate una punta di ironia…), come sempre hand made, risultato di decine e decine di fotografie tagliuzzate: Dopo questa operazione di rimontaggio inizia il ritocco manuale del progetto. Il risultato è un paesaggio virtuale, non esistente nella realtà , formato però da tanti piccoli frammenti reali… hanno detto (la citazione è tratta dall’intervista pubblicata nel catalogo della mostra Under my red sky spazio s8zero, palazzo delle Esposizioni, 2002). Da un surplus di realtà , un’immagine che è tanto artificiale – e di un artificio riconoscibile – quanto verosimile, nel senso più inquietante del termine. Meno sulfureo di Coke Town (che
Evocato – in questo allestimento che ci sembra non perfettamente riuscito – attraverso la serie di 18 immagini relativamente piccole, che purtroppo diluiscono l’effetto prepotente degli interventi realizzati in scala maggiore (ricordiamo Suburb island al palazzo delle Papesse nel 1999 o la Biennale del 2001). C’è anche un disegno formato wall paper: 6 metri per 4 stampato su carta per affissioni, che chiude la parete di fondo. E sul pavimento – stampati su materiale calpestabile – una serie di dischi, sparpagliati, come tracce fittizie.
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