In mostra dipinti imponenti della tua serie
newyorchese. Cosa rappresenta per te la Grande Mela?
Amo le sue infinite possibilità e il suo continuo
evolversi e l’accoglienza che mi rivolgono. Dal punto pittorico, invece, è una
sfida con me stesso perché è molto difficile realizzare dei quadri di New York
e sono pochi gli artisti che ci riescono.
Un pittura meticolosa, fatta di aderenza alla realtà,
proposta nella sua veste lucida, opaca o satinata. Veste presentata da una
prospettiva alta – sul Crysler Building – o panoramica tramite una skyline su
Manhattan, colta dalle terrazze del grattacielo, come a includere la città in
un gigantesco abbraccio visivo. Cosa raffigura per te il Crysler?
Trovo che abbia uno stile déco straordinario: costruito
novant’anni fa, ha un fascino incredibilmente superiore ai grattacieli
contemporanei. Mi ha fatto sorridere quando durante l’allestimento sono passati
degli americani e si sono bloccati, affascinati, davanti a quella tela che si
vede dalla piazza.
Sono tele monumentali, che catturano lo sguardo e
traghettano l’immaginazione. Il tuo talento è aristocratico: si nota e si
ammira. Quali sono i tuoi maestri?
Gino De
Dominicis: un padre, un amico, un fratello. Ero il suo “protegé”, voleva fossi
suo erede: mi chiamò due giorni prima di morire, ma ero a Cuba e arrivai in
Italia il giorno successivo alla sua morte. Mi manca molto. E poi… chi riesce
ad affascinarmi.
Venezia, che un tempo fu città-maestra con Bellini, Tiziano, Giorgione,
Tintoretto, Tiepolo, Canaletto…?
C’è un detto che dice: “Bisogna salire sulle spalle dei
giganti”. Se
guardi bene alcuni miei quadri, vedrai che sono molto contrastati: un po’
Canaletto, un po’ Caravaggio, ma soprattutto la mia mano.
Qualche episodio condiviso con Peggy Guggenheim, Ernest
Hemingway, Ezra Pound?
Andavo spesso a casa di Peggy Guggenheim: suo nipote era
mio amico e a volte Peggy veniva ai party di mia madre, la baronessa Cristina
Franchetti. Con Ezra Pound giocavo a scacchi. Era capace di stare in silenzio per
settimane. Ma il suo silenzio era più loquace di mille parole: parlava col
linguaggio del corpo. Era l’incarnazione delle sue sublimi poesie con cui
rivoluzionò la poesia del Novecento. Riguardo a Ernest Hemingway, posso dire
che era molto legato alla mia famiglia: mia zia Adriana ispirò il suo libro Di
là dal fiume e tra gli alberi. Di lui posseggo una macchina da scrivere e diverse
lettere.
Curioso leggere il privato di chi si svela tramite lo
scritto pubblico… Data questa provenienza, che rapporto hai mantenuto con la
mondanità?
È la mia normale socialità, fa parte del mio essere.
Pensate ad Andy Warhol senza la mondanità…
classica foglia di fico posta su un nudo di Marina Ripa di Meana in I
Coniugi Ripa di Meana, omaggio ai Coniugi Arnolfini di van Eyck e all’immagine di
Marina in una sua celebre campagna animalista. Come ti è venuta l’idea?
I Coniugi Arnolfini è un quadro pieno di mistero, che prelude allo
splendido Las Meninas di Velázquez. Ho voluto confrontare una coppia sposata di allora con
una di adesso in una sorta di “remake”.
Cosa leggi nel dono della tua capacità pittorica? Di
quella pittura, regina delle arti, da cui sempre meno artisti si sentono
chiamati?
Come diceva Salvador Dalí: “Un artista che sa dipingere
poi può fare qualsiasi cosa”. E poi non mi fermo mai a niente: mi piace andare oltre.
Puntare sempre in alto per sfidare nuovi orizzonti! Vuoi
lanciare un messaggio ai lettori?
Qualcuno ha trovato il mio telefonino?
L’hai perso un’altra volta?! Un’ultima domanda: chi è
dei due Bobo nell’immagine della mostra?
L’artista è quello che si sporca in prima persona!
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