Il freddo li mantiene intatti, il silicone li protegge dall’aria, in fondo – come detto proprio lui, Marc Quinn (Londra, 1964) artefice di un Eden sfolgorante e sinistro – è solo sperimentazione.
I fiori di questo giardino “in scatola”, realizzato dall’artista per la Fondazione Prada di Milano (l’installazione Garden è stata visibile tra maggio e giugno 2000), sono già sbocciati, l’erba non crescerà oltre e non vedremo mai petali avvizzire e cadere: nulla appassisce perché tutto è già morto, immerso nel silicone ad una temperatura di –20°C si è congelato istantaneamente.
Adesso – e con una buona approssimazione si può azzardare per sempre – queste aiuole assurde, composte di piante che naturalmente non potrebbero trovarsi così vicine, fanno bella mostra attraverso un vetro, incuranti delle stagioni, separate dalla vita. Oltre quella superficie la temperatura è costantemente mantenuta sotto zero, mentre una luce artificiale illumina i colori accesi, scolpisce le forme, imbeve tutto di un’atmosfera densa, quasi di sogno, inquietante.
I ritratti in marmo sono immortali, i modelli sono mortali. La cosa interessante nel caso delle piante è che esse sono contemporaneamente l’una e l’altra cosa. La pianta morta è un’immagine immortale ha commentato l’artista.
Questo Eden sommerso in un acquario, lo ritroviamo in otto stampe fotografiche di grandi dimensioni, esposte nella sala del British Council di Roma: tratte dal lavoro commissionato dalla Fondazione Prada, evocano, seppur in misura – ovviamente – minore, una sensazione di meraviglia e uno smarrimento latente. Simili a otto vetrine, le immagini di Garden si aprono su una veduta che sarebbe stata identica anche se lo scatto fosse stato compiuto in un altro momento. Ci mostrano fiori turgidi, dai colori esacerbati, accostati in composizioni che ignorano le latitudini, che possono permettersi di considerare il clima come un paradosso senza senso.
Sembrano vanitas assemblate con i vantaggi “tecnologici” della contemporaneità, memento perenne che forse aggiunge al tema della caducità una variazione imprevista: è stato proprio il freddo della morte a dare a questi fiori una bellezza irreale, ma molto, molto duratura…
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Mi piace guardare quest'aspetto della YBA. Il rapporto con la natura. Hirst e Quinn, come vediamo qui sopra, cercano di sopraffarla (la natura) instatolandola sotto silicone o -peggio- formaldide, le donne YBA - in maniera femminilistica, anche se fino ad un certo punto - identificano la natura con il proprio corpo, egualmente cercando di sopraffarlo (SarahLucas, TracyEmin), l'africanoYBA (Chris Ofili) 'utilizza' elementi squisitamente naturali (la merda degli elefanti) per generare le sue opere...